I giornali annunciano con la grancassa l’inizio delle demolizioni che darebbero l’avvio alla costruzione della Città dell’Aerospazio di corso Marche. Come se fosse una bella notizia. Si tratta, in realtà, di un primo passo verso la catastrofe. Perché? Perché ci stanno costruendo un futuro che prevede la trasformazione della nostra città in un polo di produzione e ricerca per l’industria bellica.
E’ infatti del tutto evidente come l’Aerospazio sia ormai strettamente legato (ma forse lo è sempre stato, magari con minore evidenza) ad un uso di guerra (definizione degli obbiettivi, studio del territorio).
E Torino, in particolare con lo stabilimento Leonardo di Caselle, è già un luogo di produzione per la guerra (F 35, caccia Eurofighter e, in prospettiva, il progetto per i nuovi caccia GCAP, sviluppato con Giappone e Regno Unito). Con la piena collaborazione del Politecnico, che diventa produttore di una cultura di guerra, e con la totale acquiescenza dell’Amministrazione comunale.
Contro questa trasformazione ci riteniamo impegnati, a fianco delle molte realtà che sul territorio torinese si stanno battendo nella stessa direzione (compresi molti docenti del Politecnico).
Questa trasformazione della città la renderebbe inevitabilmente (nei tempi convulsi di guerra incombente che stiamo vivendo) un potenziale obiettivo bellico, con la richiesta di “sorveglianza” che ne deriverebbe e la conseguente ulteriore militarizzazione del territorio.
Contrariamente all’illusione, sparsa a piene mani da politici e media, che ciò possa contrastare la situazione di crisi industriale che stiamo vivendo, tutti sanno che l’occupazione che potrebbe prodursi nell’industria bellica e dell’aerospazio non potrà mai andare a sostituire i moltissimi posti di lavoro persi, ad esempio, con la crisi di Stellantis e dell’automotive. Senza dimenticare che la costruzione della Città dell’Aerospazio muove soldi pubblici e speculazione sulle aree, sollevando grandi “appetiti”, che, al momento, sembrano prevalere anche sulla “fretta” di costruire la struttura, i cui lavori, il cui inizio viene tanto strombazzato, procedono più lentamente (e non saremo certo noi a sostenerne l’accelerazione), di quanto ipotizzato dai suoi stessi promotori.
Tutte ragioni per le quali l’inizio delle demolizioni non è per noi una buona notizia, ma costituisce invece un’ulteriore spinta per mobilitarci e per cercare di costruire un movimento di massa, nella città, contro la costruzione della Città dell’Aerospazio e contro la cultura di morte che dietro vi si nasconde.
