24 luglio 2026

Libertà per il dott. Hussam Abu Safiya: finalmente il Comune di Torino si muove? 
Breve storia di un odg* arrivato, solo un po' tardi.

 

La fatica di un consigliere comunale di maggioranza che si affanna a costruire un documento da presentare in Consiglio comunale, per ottenere l’approvazione dei suoi colleghi, può dirsi premiata quando non saranno solo i componenti della sua maggioranza a dare un voto positivo. 
Il massimo della soddisfazione la proverà, il nostro ipotetico consigliere di maggioranza, quando, pur non avendo bisogno della loro approvazione, anche  quelli della cosiddetta opposizione si convinceranno che quell’odg, quelle parole su cui a lungo il nostro ha meditato, prima di depositarle a imperitura memoria sulla pagina bianca del suo portatile di servizio, quelle parole, dicevamo, sono buone e giuste anche per chi la pensa diversamente, almeno in quel caso. 

Noi di l’Altra Torino non siamo in grado di prevedere come risponderanno i consiglieri oppositori, ma possiamo esprimere qualche dubbio proprio sul contenuto del testo presentato

Intanto, nonostante Torino sia gemellata con Gaza dal 1999, non si sono viste nè sentite mai manifestazioni o dichiarazioni da parte del Consiglio comunale e nemmeno da parte del Sindaco, (e di quelli precedenti, peraltro)  a favore della popolazione palestinese. 
Nel documento sopra citato, non compare una sola parola di condanna e men che meno si accenna al tema del genocidio contro i Palestinesi. 

Dunque, pur apprezzando il gesto a favore del dott. Safiya, riconoscendo lo sforzo di organizzare una conferenza invitando Elias Abu Safya, il figlio del pediatra imprigionato da oltre cinquecentosessanta giorni, non possiamo non sottolineare che questa attenzione arriva con un clamoroso ritardo, facendo casualmente (?) seguito alle varie trasmissioni televisive a cui lo stesso Elias è stato invitato, da dove ha potuto lanciare il suo appello in favore del padre e di tutti i sanitari e degli oltre diecimila prigionieri palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane. 

A pensar male spesso ci si azzecca. Lo strazio che abbiamo percepito nella voce di Elias, la dignità con cui ci ha offerto le sue parole, sfortunatamente non trovano eco nelle generiche richieste contenute nell’odg del consigliere, che non abbiamo volutamente nominato. Il presidente della commissione legalità accoglie persino con garbo, e ci mancherebbe, le accuse di alcuni dei presenti (attiviste e attivisti di Torino per Gaza). 

Intanto il genocidio a Gaza continua e il dott. Safya rischia la morte nel peggior carcere israeliano.  

(*odg - ordine del giorno- se approvato dal Consiglio comunale, è l’atto con il quale esso esprime la propria posizione, o formula proposte e richieste, su questioni di rilevante interesse pubblico esulanti la competenza amministrativa del Comune. )
 

23 luglio 2026

INDAGINE SU UN ACQUEDOTTO AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO

 

 


 

 Il Comitato Acqua Pubblica Torino ha diffuso un comunicato (qui il link)  grazie al quale veniamo a conoscenza che il nostro acquedotto perde il 38,9% dell’acqua trasportata. Il dato emerge dalla relazione al bilancio 2025 di Smat Spa, società che gestisce il servizio idrico nella Città Metropolitana, della quale il Comune di Torino è il principale azionista

Già di primo acchito la percentuale pare molto alta, ma lo diventa ancor di più se si considera che il livello di perdite posto come parametro di efficienza da Arera, l’Autorità nazionale regolatrice del servizo idrico, non deve superare il 25%. E impensierisce la tendenza alla crescita dello spreco, che nel 2021 era del 33,4%

Come riportato nel comunicato, gli obiettivi di riduzione delle perdite che Smat si era prefissata (30% nel 2025), non sono stati raggiunti e sorgono pertanto dubbi sull’efficacia degli investimenti effettuati in questi anni.

In attesa che Smat spieghi questa situazione, ci si chiede come mai solo un’associazione di volontari, quale è il Comitato Acqua Pubblica, si sia accorta di un fatto così importante.
Chi ci amministra e i mezzi di informazione sono concentrati sui brillanti risultati di bilancio, e non hanno avuto la pazienza di scorrere la corposa relazione sulla gestione, dove il dato era nascosto.

Ci chiediamo se chi governa Torino si renda davvero conto di quanto sia grave lo spreco idrico
Lo segnala il Comitato Acqua ma già da parecchi anni la comunità scientifica ha lanciato l'allarme: a causa della devastazione ambientale e della conseguente alterazione del clima, l’acqua sta diventando una risorsa sempre più scarsa; il tema della sua tutela dovrebbe essere centrale per ogni classe dirigente che operi davvero per il bene comune. E il gran caldo e la siccità di queste settimane qualcosa dovrebbero insegnare.

 Invece, pare che non sia così. Non si spiega altrimenti il sostanziale disinteresse del Consiglio Comunale e della Giunta  per la proposta di delibera di iniziativa  popolare sulla tutela dell’acqua, che ha nel contrasto allo spreco idrico uno dei suoi punti qualificanti. Purtroppo non è la prima volta che iniziative di partecipazione dei cittadini vengono trascurate o stravolte al momento di votarle. Vedremo come finirà questa volta, ma occorre un grosso sforzo per essere ottimisti. 

L'Altra Torino condivide le preoccupazioni espresse nel comunicato, ritiene che il compito di chi gestisce un bene indispensabile e prezioso come l'acqua - a maggior ragione se a rilevante partecipazione pubblica - non può essere la ricerca di utili, ma l'erogazione un servizio senza sprechi e a costi politici.
Seguiremo con attenzione l'iter della deliberazione di iniziativa popolare perchè - come recentemente successo per la deliberazione presentata dai comitati ambientalisti sulla gestione degli alberi - il contenuto non ne venga stravolto.

 

17 luglio 2026

AEROSPAZIO: UNA FALSA ALTERNATIVA

 

 


Molto si parla, in questi ultimi tempi del marcato sviluppo del settore dell’aerospazio a Torino e in Piemonte.  È una questione importante, che merita di essere approfondita. È ciò che abbiamo cercato di fare incontrando, come L’Altra Torino, Ugo Bolognesi, responsabile FIOM per l’aerospazio, che ringraziamo per la grande disponibilità dimostrata. Da tale interscambio sono emerse varie tematiche, che proviamo qui a richiamare. 

Incominciamo dicendo che, ad oggi, le aziende legate all’aerospazio sono quasi le uniche ad assumere personale. I numeri, però, dimostrano che questo settore non è assolutamente in grado di sopperire al declino industriale che si è verificato sul nostro territorio negli ultimi 15-20 anni e alle grandi difficoltà in cui versa il settore automotive. Questo sia per le dimensioni che l’automotive ha sempre avuto nel nostro territorio, sia perché il fabbisogno di manodopera dell’aerospazio è assai distante da ciò che rappresentava (e in parte ancora rappresenta) l’automotive. Per fare un esempio, negli ultimi 2-3 anni, fra Leonardo,Thales, Avio e Safran (principali aziende Aerospaziali) vi sono state circa 1.000 assunzioni, utilizzando per lo più la modalità della somministrazione di mano d’opera con successiva eventuale conferma. In questo ambito, vi è una sostanziale equivalenza fra il numero di  assunzioni che riguardano figure di alta professionalità, come gli ingegneri, e le assunzioni di operai (comunque specializzati: nell’aerospazio la produzione non prevede la presenza di linee di montaggio). Possiamo anche segnalare il caso delle assunzioni fatte alla ex Selex di Caselle, ora Divisione elettronica di Leonardo (rimarcando di passata il fatto che qui si dimostra il senso, diversamente da quanto avvenuto in altre situazioni, del mantenimento in vita di un settore come quello elettronico/informatico). I giornali hanno anche parlato nei giorni scorsi di 100 assunzioni (per ora solo annunciate), alla MBDA (partecipata Leonardo), per la produzione di componenti per i missili. Si tratta comunque di piccoli numeri, se confrontati con le perdite di posti di lavoro che si sono nel contempo verificate nell’automotive e in altri settori  

Una particolarità del settore aerospaziale è che parliamo soprattutto di aziende partecipate dallo Stato (non solo italiane, come Leonardo: Safran ad esempio è partecipata dallo Stato francese). Fra le varie produzioni, quella dei caccia Eurofighter può considerarsi ormai “vecchia”, ma ciò non le impedirà di reggere ancora per una ventina d’anni (coinvolgendo Paesi come Italia, Spagna, Kuwait, Turchia, Egitto). In parallelo procede il progetto per i nuovi caccia GCAP (in cui l’Italia collabora con Giappone e Regno Unito), con l’assunzione di qualche centinaio di ingegneri. Sul progetto si stende però un velo di segretezza molto elevato; il progetto procede, ma parliamo di programmi con orizzonte temporale lunghissimo, con il primo volo previsto nel 2035.

Nelle aziende di cui stiamo parlando vi è certamente (anche se non si hanno dati precisi) una notevole presenza di personale soggetto a NOS (Nulla Osta Segretezza), la cui applicazione costituisce un costo significativo per le aziende, con un sistema di controlli assai pesante. 

Il sistema complessivo si regge, oltrechè sulle più grandi concentrazioni, come Caselle, Politecnico, corso Marche, anche sulla presenza di una miriade di piccole imprese diffuse sul territorio, con una rete di appalti dove la sindacalizzazione (peraltro difficile anche nelle concentrazioni più grandi) è particolarmente difficoltosa. Vi sono state di recente alcune esperienze di attivazione, sulla scia del grande movimento di solidarietà con Gaza dello scorso anno, di alcune RSU del settore, coinvolgendo anche personale con età medio-alta, con una partecipazione alle assemblee significativa, seppur non altissima. La cybersecurity rappresenta un altro ramo importante nel settore. 

Il rapporto con Israele, che è stata una delle questioni principali toccate dai movimenti dell’autunno, è bi-direzionale, con un forte potere di condizionamento da parte israeliana. 

Per ciò che riguarda la Cittadella dello Spazio, il suo sviluppo procede con una certa lentezza. Va tenuto presenze che qui si prevede un utilizzo significativo di risorse economiche, anche da PNRR, che ha innescato vari “appetiti”, con intrecci fra capitale pubblico (Politecnico) e privato. Vi è al centro l’area limitrofa a corso Marche, lasciata vuota con il trasferimento delle produzioni allo stabilimento di Caselle e la cui proprietà resterà nelle mani di Leonardo.

L’ipotesi di una riconversione dalla produzione automotive a quella legata all’aerospazio è sicuramente presente, ma non risulta che nell’area vi siano già aziende che l’abbiano concretamente avviata. Va peraltro rimarcato come essa sia tutt’altro che agevole per le aziende, necessitando di vari passaggi e qualifiche. 

In tutto ciò, tema assai delicato, su cui va mantenuta un’attenzione costante, è quello del cosiddetto dual use, con produzioni che possono “indifferentemente” rivolgersi sia verso un uso civile che verso uno sviluppo militare, a cui bisogna opporsi. 

In questa situazione vi è innanzitutto la necessità di battersi per mantenere la caratterizzazione industriale dell’economia del nostro territorio, che non può prescindere dal necessario rilancio dell’automotive. Ciò non esclude naturalmente la ricerca di attività diversificate: per fare un esempio, dentro la bolla di calore che stiamo vivendo, l’IVECO avrebbe tutte le caratteristiche per poter produrre mezzi anti-incendio. A Torino permane una presenza di IVECO quasi esclusivamente nella parte “civile”, che è stata ceduta all’indiana Tata Motor (la parte militare è stata invece ceduta a Leonardo), con circa 6.000 dipendenti, dislocati per circa metà negli Enti Centrali e per un’altra metà in Powertrain. Bisognerà capire quali saranno i programmi di Tata Motor, ma non va dimenticato che permane un’esigenza marcata per la città di sviluppo del trasporto pubblico locale (prendendo spunto da esperienze, che esistono, per renderlo gratuito, o comunque più accessibile a chi è meno abbiente) a cui spesso, quando lo si è fatto, si è sopperito rivolgendosi a produttori esteri. In questo senso, lo stabilimento IVECO di Foggia sarebbe tutt’ora attrezzato per la produzione di autobus (ricordiamo in proposito la recente esperienza della Menarini, storica azienda produttrice di autobus, prima privatizzata ed ora in difficoltà).

In un simile quadro di declino e di trasformazione le amministrazioni locali, che sono state finora assai manchevoli, potrebbero e dovrebbero quanto meno assumere posizioni chiare, oltrechè agire sulle loro specifiche competenze. Gli spazi e le aree lasciati vuoti dalla de-industrializzazione sono molti: decisivo è quindi il tema del mantenimento della destinazione d’uso di tali spazi (come ad esempio l’ex Bertone di corso Allamano, che pure incide sul territorio di Grugliasco) sottraendoli dalle mani incombenti della speculazione.

Su Stellantis si conferma purtroppo con ogni evidenza la mancanza di un progetto industriale. A questo proposito, dubbi e perplessità emergono circa l’utilità dell’introduzione (a cui il governo si sta applicando) di uno strumento come la ZES (Zona Economica Speciale) per il nord. 

La transizione elettrica procede se viene sostenuta (come la FIOM ha più volte  ribadito): centrale resta in questo senso il tema della necessità di una gigafactory per la produzione delle batterie. 

Su altri versanti, per quanto riguarda ad esempio la propulsione ad idrogeno vi è sul territorio l’esempio dell’azienda belga Dumarei, che ha sviluppato un progetto in tal senso, per poi tenerlo in stallo, a fronte del disinteresse registrato. 


Su queste tematiche L’Altra Torino intende realizzare, nell’autunno, un’iniziativa pubblica
, in cui affrontare il tema dell’industria bellica nel suo legame con la necessità di opporsi, contemporaneamente, alle politiche di riarmo e al declino industriale del territorio torinese. Questi due aspetti sono fra loro intimamente connessi e difficilmente separabili: se riconversione deve esserci, contribuendo al rilancio, su altre basi, dell’automotive, essa deve realizzarsi attraverso produzioni utili alla popolazione, da definirsi con un percorso partecipato, non certamente attraverso produzioni destinate alla guerra, definite con procedure opache se non addirittura segrete. Il confronto di cui abbiamo dato conto vuole essere un primo tassello in questa direzione. 

16 luglio 2026

ARRIVANO I BUONI! (e salvano la Barriera)

 


Per fortuna c’è La Stampa! 
Se per caso qualcuno di noi si fosse abbattuto leggendo l’ultimo post da noi scritto sull’agonia di Spazio 211 e di Parco Sempione  può tirare un sospiro di sollievo! E a quanti lo hanno commentato con preoccupazione più o meno estesa o con l’insensata richiesta di restituire una zona verde ai cittadini, ebbene abbiamo la risposta! 
Le magnifiche sorti e progressive stanno arrivando anche in questa parte di città!

Nell’edizione torinese di oggi (16 luglio 2026) viene pubblicata un intervista con Luciano Mandiello, imprenditore, proprietario dal 2021 dell’area ex Gondrand con la sua società Ellemme che dichiara “A breve chiederemo i permessi a costruire al Comune, e poi inizieremo i lavori per aprire  i primi fabbricati entro il primo trimestre del 2028” 
Ma quali fabbricati? “Nascita del polo commerciale tra store di abbigliamento, palestre, diversi ristoranti e caffetterie, persino un Mac Donalds”

Già immaginiamo la gioia degli abitanti delle zone limitrofe… liberi di abbuffarsi di hamburger per poi smaltire il tutto in una palestra privata! 

Ma non è tutto, ci informa l’articolo. 
Non appena arriverà la metro 2 - questione di pochi mesi, immaginiamo, visto che l’annuncio è stato strombazzato su tutti i mass media, anche se al momento non risultano quasi atti e fatti concreti - un nuovo miracolo si appaleserà: la rifunzionalizzazione (sic) dell'ex Piscina Sempione, 23 mila metri quadrati che diventeranno un centro sportivo polifunzionale del colosso spagnolo del fitness Supera pronto a investire 20 milioni di euro, stando al project financing approvato dal Comune a marzo di quest’anno (ATTO N. DEL 122 del 10/03/2026).
Naturalmente la proposta non è pubblica, al fine di tutelarne la riservatezza dai cittadini che dovessero essere troppo curiosi. E neppure nel dispositivo della Deliberazione (che è la parte giuridicamente vincolante) si riprende quanto espresso nella narrativa della stessa  (la proposta dovrà prevedere il convenzionamento con la Città per l’accesso alle attività sportive, compresa la promozione e realizzazione di corsi destinati alle famiglie e alle persone anziane, in un’area non adeguatamente provvista, nella realtà odierna, di servizi analoghi)  ma senza ovviamente specificare come, dove, quanto, chi.

Perdonate la prolissa e sarcastica prima parte. La prima è necessaria perché se vogliamo opporci alla nuova cementificazione che sta per abbattersi sulla nostra città dobbiamo imparare la loro lingua e la seconda perché il sarcasmo e l’ironia servono per farci pensare, e forse anche arrabbiare.

Perché il dato politico è semplicemente questo: una Giunta Comunale, povera di mezzi - è vero - ma ancora più povera di idee che abdica completamente a quello che dovrebbe essere il suo ruolo, vale a dite tutelare i cittadini, offrire loro, a tutti noi, una città vivibile e sicura, attraverso la restituzione di spazi pubblici quali i parchi - oggi più che mai indispensabili - occasioni pubbliche di socializzazione e di cultura, sicurezza - con una vera opera di prevenzione, e non soltanto blitz buoni per titoli di giornali - insomma una vita da cittadini. Non è semplice, è vero, ma è per quello che sono stati eletti!

Invece la soluzione che  Lor Signori di Palazzo Civico tirano fuori dal cilindro - scegliendo di non opporsi ai continui tagli di risorse cui sono sottoposti i Comuni -  è privatizzare ogni volta pezzi di città al miglior, spesso unico, offerente, chiedendo in cambio una piccola elemosina in servizi che oltretutto rischiano di essere il boccone per il quale ci si dilania.

E il ridicolo, in questo caso davvero, è che non sono neppure originali! Si limitano a copiare i loro colleghi di Milano.
Se si ascoltano i contributi davvero illuminanti che Alessandro Volpi (link) MariaTeresa Roli (link) Paolo Berdini (link) hanno presentato durante l’iniziativa 1 luglio, ore 17.30: incontro pubblico sul nuovo Piano Regolatore  si capisce come gli interventi che la Stampa oggi ci riporta siano soltanto l’inizio, l’archetipo se vogliamo, di quello che succederà a Torino non appena il Piano regolatore sarà approvato!

E in ogni caso, anche i progetti dei privati, che vanno inevitabilmente a incidere sulla cittadinanza, dovrebbero prevedere una qualche forma di riscontro e di verifica preventiva da parte della popolazione, avendo ben presente che il solo modo per evitare che poi tutto si traduca in gentrificazione è una forte programmazione, pubblica e partecipata, da parte del Comune.

Per questo torniamo con forza a ribadire che come Altra Torino condividiamo e sostieniamo le iniziative  dal basso che comitati, movimenti, gruppi, associazioni e cittadin* singol* stanno portando avanti  sollecitando dall'esterno l'amministrazione comunale a confrontarsi pubblicamente sul nuovo Piano Regolatore e a fornire risposta pubblica alle numerose osservazioni arrivate al suo progetto preliminare, visto che l’azione della Giunta  fino a ora è stata soprattutto quella di sottrarsi al confronto pubblico e alle critiche puntuali che venivano fatte.

Sebbene non  sia chiaro, in tutto questo fantastico maxi intervento edil-commerciale, cosa la Giunta pensa di fare a proposito del centro del protagonismo giovanile Spazio 211, noto a molti in giro per il mondo ma sconosciuto ai componenti dell'attuale compagine politica che finge di guidare il Comune, non siamo per nulla preoccupati: a loro ci penserà Palazzo Civico, offrendo a questi lavoratori di grande e riconosciuta professionalità la possibilità di  riconvertirsi in figuranti dell’erigendo Museo Vivente La Barriera Che Fu, aperto a breve con gli oneri di urbanizzazione del polo commerciale, o alla peggio come animatori e bar-tender nelle palestre e nelle caffetterie del medesimo!

14 luglio 2026

MORIRE DI SPAZIO (211)

 

 


 

La cronaca nera cittadina ci offre da qualche tempo una fotografia della devastante situazione che sta vivendo una zona particolarmente difficile del quartiere Barriera di Milano. 
Parliamo della zona conosciuta come parco Sempione, che assomiglia sempre meno ad un parco e sempre più ad un inferno dantesco. 

Ovviamente sui quotidiani torinesi fa notizia solo il fatto di cronaca: il degrado, lo spaccio, le risse. Nessun tentativo di cercare quali siano le possibili ragioni, o almeno qualche indizio sul perché la loro gravità si stia intensificando. 
Due giorni fa l’ultimo drammatico evento con lo spazio giornalistico occupato interamente dalla descrizione di questo angolo di Torino, come se non appartenesse al territorio torinese, come se si trattasse di una terra di nessuno nella quale ogni tanto fanno capolino, ovviamente a fatti compiuti e mai per prevenirli, le ffoo.  

Ma anche l'amministrazione cittadina ci mette del suo: ha completamente e inspiegabilmente abbandonato questo luogo, consegnandolo, di fatto, al mondo di sotto della droga, con le conseguenze che si leggono sui giornali. 
La stessa amministrazione che si propone come Capitale Europea della Cultura nel 2033 ha prima chiuso Todays - un progetto musicale tra i più validi nel panorama italiano che si svolgeva da quasi dieci anni proprio negli spazi gestiti dall’associazione Spazi Musicali - poi la stessa associazione - che resiste da 25 anni al numero 211 di via cigna, proponendo una stagione di concerti da ottobre a giugno indirizzati ad un pubblico prevalentemente giovane, proprio di fianco al parco Sempione - è stata esclusa dai finanziamenti per le attività estive. Risultato? Vuoto culturale totale! Nessuna più iniziativa di qualità rivolte ai giovani e agli adolescenti del quartiere, come avveniva sino allo scorso anno, sempre a cura della medesima associazione.

Tutto questo non c'è più! Oggi, ogni tanto, arrivano le forze dell'ordine, che non hanno interesse a restituire questo luogo agli abitanti e ai gestori dello Spazio 211 i quali, lo ricordiamo hanno ottenuto, sulla base di un progetto approvato dall’amministrazione, la gestione per un ulteriore quadriennio. 

Certamente la missione dell’Associazione Spazi Musicali non può essere quella di impedire che il degrado si impadronisca di spazi pubblici, ma sicuramente la sua presenza  è stata determinante, per molto tempo, quale deterrente allo stanziarsi di persone dedite alle arrività che oggi si svolgono quotidianamente e che tanto indignano i giornali. 

Il deterrente era rappresentato dalle migliaia di persone che affollavano i concerti serali durante l’estate, rendendo meno semplice lo svolgersi di spaccio e consumo alla luce del sole, come invece accade attualmente, aggiungendo degrado a degrado e privando i cittadini residenti in quella parte di quartiere, dell’unico polmone verde nelle vicinanze. 

Sorge spontanea una domanda: come è possibile che l’Amministrazione, a parole così attenta a portare la cultura nelle  periferie, come è possibile che non abbia notato, la cosiddetta Assessora alla cultura e il suo Sindaco, che il non aver finanziato le attività svolte sino all’estate scorsa, nello spazio protetto a disposizione dell’associazione Spazi Musicali, è stato un errore. Ma un errore e soprattutto una scelta che denota tutto il disinteresse verso il benessere delle persone che per decenni hanno potuto frequentare quel parco, che d’estate si trasformava in aula studio all’aperto e in centro di attività ludiche per i ragazzini delle scuole primarie e che concludeva la stagione a fine agosto ospitando, sino al 2023, il Todays Festival. Una scelta per favorire la cordata di amici che ha distrutto un decennio di bella musica in un ambiente pieno di giovani, meno giovani e positività, nella sicurezza garantita dalla professionalità dello staff di Spazio. 

Non abbiamo notizia di giornalisti che si siano stracciati le vesti per Spazio 211, come accaduto per il Comala, la cui direzione,  con ogni sorta di uscita ad uso politico e sostenuta da pezzi della maggioranza, è assurta in breve tempo a tempio di ogni libertà cittadina.
Dobbiamo supporre che dopo aver regalato tramite bando una manifestazione già molto ben avviata e già dotata di valore proprio come era Todays dopo nove anni di svolgimento, l’amministrazione abbia voluto dare un contentino ad altri amici affossando una delle realtà più innovative e interessanti nel panorama degli spazi musicali italiani?

Forse la disattenzione dell’amministrazione non è casuale ma pervicacemente legata a un’idea di gestione del potere che non prevede dialogo con i propri cittadini e si sottomette solo a chi gode della protezione di qualche boss politico locale.

Passare davanti a Spazio 211 è desolante
L’abbandono e il degrado è testimoniato dai cumuli di immondizia sparsi sul prato del parco o gettati al di la della recinzione che circoscrive la struttura. 
La città che non vuole vedere il disagio, quella che allontana dal salottino buono del centro i barboni e i drogati, collocandoli in zone zeppe di problemi sociali, quella città, rappresentata da una classe politica priva di qualsiasi idea di bene comune, ha evidentemente scelto di abbattere un progetto nato agli inizi degli anni 2000 e preso in carico da un gruppo di giovanissimi appassionati di cultura musicale.

La struttura all’epoca adibita in centro per le attività giovanili e per gli anziani, è divenuto nell’arco di pochi anni uno dei luoghi più interessanti della città, dal punto di vista della proposta musicale di altissima qualità sia offrendo sale prova ai gruppi che ne necessitavano, sia progettando, organizzando e realizzando festival musicali di notevole valore. 

Quello che rischiamo di perdere non è solo un luogo fisico: perdiamo una visione, un modello di produzione di cultura e un utilizzo dello spazio pubblico rispettoso di quello che vive intorno a questo. Non possiamo lasciare che Spazio 211, il gruppo che gestisce la struttura e il suo giardino protetto, siano lasciati andare alla deriva commerciale che ha preso piede grazie a governi incapaci di valorizzare le proprie eccellenze, quelle vere! 

10 luglio 2026

PERCORSO TORINO 2027 PRENDE FORMA E DECIDE DI CHIAMARSI “L’ALTRA TORINO”. NOMINATI I DUE PORTAVOCE SIMONA BOMBIERI E GIANNI LIMONE.




Dopo alcuni mesi di inchiesta e di analisi sul territorio torinese, nella sua assemblea di ieri sera, Percorso Torino 2027 ha deciso di costituirsi in via definitiva in vista delle elezioni comunali del 2027. Dalla consultazione effettuata tra tutti i soggetti coinvolti nelle iniziative di questi mesi è stato scelto il nome di l’Altra Torino.

Un nome che vuole rappresentare un'idea di città alternativa rispetto a quel “sistema Torino” che coinvolge entrambi gli schieramenti maggiori e che - sui grandi temi  dell’urbanistica, della gestione dell’ambiente, della sanità, dell'occupazione - viene portato avanti dalla giunta di centro sinistra cittadina, in sostanziale sintonia con gli orientamenti della giunta di centro destra che governa la regione, Un nome che rappresenta la volontà di aprire uno spazio reale di partecipazione e confronto offerto a chi - individualmente, in comitati, gruppi e movimenti, associazioni o partiti - in questi anni si è battuto per una città non piegata ai grandi interessi economico-speculativi, ma a misura delle persone che la abitano.

Una alternativa che partendo dall’antifascismo e dal no alla guerra si fondi sul protagonismo sociale che connota la società torinese e metta al centro la qualità della vita, del lavoro e dell’ambiente, la difesa degli spazi sociali, la  partecipazione dell@ cittadin@ e che per questo sia in grado di uscire da una gestione dell’esistente piegata ai vari centri di potere cittadini e nazionali. 

Torino non può diventare la città delle armi e delle Fondazioni bancarie. Merita di meglio, per questo occorre costruire, insieme, con la lotta e la partecipazione, l’Altra Torino.

Sempre ieri sera sono stati nominati portavoce – utilizzando il metodo del consenso e della partecipazione che ci caratterizza - Simona Bombieri e Gianni Limone, la cui lunga esperienza nei Comitati e nelle associazioni cittadine è il miglior viatico per il loro ruolo nei prossimi mesi.

L’Assemblea Costituente di l’Altra Torino.

Torino, 10 luglio 2026

07 luglio 2026

giovedì 9 luglio, incontro pubblico: "Ondate di calore, politiche dell’energia, ingiustizie climatiche. Il caso di Torino"

condividiamo e invitiamo a partecipare    

Giovedì 9 luglio ore 17.30 – Campus Luigi Einaudi
Assemblea scientifico-popolare

Ondate di calore, politiche dell’energia, ingiustizie climatiche
Il caso di Torino

Introducono: Maria Cristina Caimotto, Dario Padovan, Angelo Tartaglia


La recente ondata di calore sta mettendo in luce tutta la debolezza e l’ipocrisia delle politiche energetiche e climatiche torinesi. Annunciate a maggio dall’amministrazione, le misure contro le già ampiamente previste ondate di calore si riducevano a un elenco sommario di luoghi refrigerati, aperti dalle 15 alle 18 (previo acquisto di tessera). Alla prova dei fatti, l’inefficacia è stata evidente, così come l’inadeguatezza dell’infrastruttura di rete e la pressoché totale assenza di interventi a garanzia della continuità del servizio da parte del gestore Ireti, di cui il Comune di Torino è socio di maggioranza.

Le problematiche sollevate da queste ondate di calore sono rilevantissime e raramente affrontate pubblicamente. Per questo vogliamo promuovere un incontro pubblico scientifico-popolare, in cui discutere intorno ai seguenti nodi critici.

1. L’utilizzo massiccio e l’incentivazione degli impianti di condizionamento innesca una spirale negativa/circolo vizioso con due conseguenze dirette: spinge su soluzioni individuali/private, alimentando inevitabili disuguaglianze di accesso all’energia e alla climatizzazione; lega ondata di calore e sovra-utilizzo della rete elettrica, dato che il raffreddamento degli ambienti interni causa incremento di temperatura esterna e richiede maggiore raffreddamento e consumo di energia.

2. L’amministrazione locale, pur non negando la presenza del cambiamento delle temperature, ha sottovalutato questo effetto e riposto piena fiducia (e poco controllo) sul ruolo di Ireti nel far fronte all’impennata (prolungata) nei consumi. La sottovalutazione da parte dei tecnici delle conseguenze del sovraccarico dovuto all’accensione contemporanea di migliaia di condizionatori è stata evidente. L’irritazione del sindaco per l’inefficienza del gestore e i blackout della rete a danno dei proprietari di sistemi di condizionamento mostra disinteresse verso la maggioranza della popolazione metropolitana che non ne dispone e perciò non contribuisce al consumo di energia elettrica e al riscaldamento dell’ambiente esterno rispetto a quello raffreddato, ma ne subisce le conseguenze dal lato dei blackout e dell’abbandono tecnico.

3. La geografia delle isole di calore urbano a Torino è infatti profondamente diseguale, concentrandosi nelle aree di maggiore vulnerabilità socio-materiale ad alta densità abitativa, con patrimonio abitativo edificato dagli anni Sessanta e Settanta, dove il disagio climatico aggrava situazioni di vulnerabilità sociale, economica e demografica. Qui la canicola solleva questioni politiche e pratiche: si aggrava il già diseguale diritto all’abitare, con edifici in cemento armato, inefficienti, sovraffollati, privi di refrigerazione, che spingono centinaia di persone a dormire in strada per sopravvivere alle notti tropicali, o a riversarsi nelle aree verdi e presso i corsi d’acqua cercando la possibilità di bagnarsi e rinfrescarsi (la battaglia del canale Saint-Martin a Parigi ha costretto il potere ad accettare nuovi ma in realtà antichi modi di fruire del corso d’acqua).

4. Il problema delle ondate e delle isole di calore urbano va dunque affrontato su un piano strategico e di pianificazione non solo dei servizi urbani, ma delle stesse architetture cittadine. Il Piano di Resilienza Climatica della Città di Torino deliberato nel 2020 lo aveva riconosciuto, propugnando tra i principi fondamentali “quello di azzerare il consumo di suolo”. Tuttavia, il consumo ha continuato a crescere e ora si attendono gli effetti del nuovo PRG sull’aumento di cubature e sulla tutela di aree verdi e alberate.

5. È necessario mettere in discussione le scelte collettive di fronte al cambiamento climatico. La risposta all’ondata di caldo non si limita alle semplici precauzioni. Bere, proteggersi e limitare gli sforzi rimane necessario, ma questo non dice quasi nulla delle decisioni più strutturali. Piuttosto che inseguire la domanda di energia di 250 mila condizionatori, altre scelte e strategie andrebbero considerate: ristrutturare gli edifici, piantumare vegetazione nei cortili, adeguare gli orari, mantenere o rinviare gli esami, proteggere il personale, finanziare i lavori, organizzare la continuità del servizio pubblico. Tutto ciò comporta scelte, responsabilità, budget e talvolta contraddizioni.

Questo incontro pubblico intende politicizzare la canicola, ovvero evidenziare che si tratta di un problema collettivo e pubblico e che non può rimanere né elemento di polemica in mano alla destra cittadina e regionale, né un problema di tecnici e amministratori delegati di Iren, Ireti, Smat. Il caldo non colpisce tutti allo stesso modo. Il caldo è un fenomeno fisico, ma le sue implicazioni e conseguenze sono profondamente sociali e sociali, e non meramente tecniche, devono essere le soluzioni per mitigarne gli effetti.



03 luglio 2026

DI CHI E’ TORINO? Il nuovo Piano Regolatore,
 tra bene comune e speculazione





Ieri, 1 luglio, si è tenuto l’incontro pubblico sul nuovo Piano Regolatore, in una sala piena e interessata. Di spessore gli interventi  di   Maria Teresa ROLI (Italia Nostra),  Alessandro VOLPI  (Università di Pisa), Paolo BERDINI (Urbanista) che hanno affrontato il problema da prospettive diverse. 

Gli elementi emersi sono sostanzialmente che si tratta  di un PRG teso a facilitare il privato, a fronte di una presenza pubblica assai vaga e senza un progetto definito, la molto probabile presenza di Società private gestrici di fondi - tra questi anche il Fondo Cometa dei metalmeccanici -  che naturalmente devono garantire la massima redditività possibile, con accordi con grandi Società immobiliari.   
Si tratta comunque di meccanismi che confliggono con la partecipazione dei cittadini.  Occorre frenare la finanziarizzazione, opponendosi alla liberalizzazione dei Fondi pensione e alla depoliticizzazione dei processi (che equivale a meno controlli), sapendo che ai Comuni la programmazione urbana resta una delle poche questioni su cui possono incidere
Anche dal Piano Casa del Governo  si rischia un ulteriore scempio urbano. Infatti la legge attualmente in discussione prevede la possibilità che a fronte di  un investimento superiore a un miliardo di euro, lo stato interviene con un Commissario ad hoc in deroga a ogni pur pallido tentativo di regolamentazione comunale. Insomma la prospettiva è quella di una mutazione genetica delle città con l’espulsione dalle stesse delle fasce più deboli economicamente e socialmente invece che concretizzare la necessità ormai inderogabile di sviluppo di  circuiti verdi.

Fra i temi proposti  dal pubblico al termine degli interventi il processo mondiale di crescita della rendita fondiaria, il legame con la crisi climatica, la lotta contro la finanziarizzazione (che è un cappio per le città senza soldi), il “che fare” dopo l’approvazione del PRG, la necessità di limitare (o bloccare) le nuove edificazioni.

A breve pubblicheremo i video con i contributi integrali, (nel frattempo una breve sintesi degli interventi si trova nella scheda allegata) e stiamo preparando un dossier il più informativo possibile, perché come Percorso Torino 2027 riteniamo, come abbiamo già esplicitato più volte,  che il tema del nuovo Piano Regolatore  - che sarebbe meglio definire, come è stato proposto,  piano Deregolatore, tocca ciascuno di noi come cittadine e cittadini. Rivendichiamo il diritto di essere informati sul nuovo disegno di città che va concretizzarsi, distante dai bisogni degli abitanti e invece vicina a chi cerca investimenti lucrosi.

Ribadiamo che come Percorso Torino 2027 condividiamo e sostieniamo le iniziative  dal basso che comitati, movimenti, gruppi, associazioni e cittadin* singol* stanno portando avanti  sollecitando dall'esterno l'amministrazione comunale a confrontarsi pubblicamente sul nuovo Piano Regolatore e a fornire risposta pubblica alle numerose osservazioni arrivate al suo progetto preliminare, visto che l’azione della Giunta  fino a ora è stata soprattutto quella di sottrarsi al confronto pubblico e alle critiche puntuali che venivano fatte.

Inoltre, a fronte di una delibera del Consiglio Comunale  (la  123/2026  del 16/03/2026), fumosa e piena solo di termini quali adattivo, inclusivo e innovativo che nulla significano, ma che è stata votata  con 24 voti favorevoli, compresi quelli dei consiglieri di Sinistra Ecologista e senza un voto contrario, neppure dalla cosiddetta opposizione, i cui consiglieri risultano assenti dall'aula o considerati assenti, diventa necessario che alle prossime elezioni amministrative del 2027, alle quali vogliamo prendere parte, possa essere eletta nel Consiglio Comunale una rappresentanza che porti  al suo interno le istanze della cittadinanza e riporti al suo esterno quanto succede in aula.

01 luglio 2026

LA CULTURA A TORINO: VITA GRAMA E MORTE PER STENTI

 


Dovevamo capirlo sin dal 13 dicembre 2021, quando il Consiglio comunale approvò la delibera 1162 che aveva come oggetto “LINEE PROGRAMMATICHE RELATIVE ALLE AZIONI ED AI PROGETTI DA REALIZZARE NEL CORSO DEL MANDATO 2021 - 2026”

Dovevamo capirlo quando alla cultura - inserita nell’altisonante titolo la città internazionale e interconnessa, al penultimo posto del programma e collegata ovviamente al turismo e meno immediatamente ai diritti delle persone - veniva dedicato un capitoletto striminzito di frasi quasi senza contenuto ma che indicava - relativamente alla musica - solo una proposta: quella di istituire una Music Commission.

Di quest’ultima non risulta traccia alcuna, almeno a interrogare di sito internet della Città di Torino, in compenso continuano a spegnersi o a chiudersi definitivamente presidi culturali che hanno segnato la cultura di Torino. Ultimi, in ordine di tempo, il FolkClub, il Museo Ettore Fico, mentre sPAZIO211 agonizza da tempo. Davvero una gran bel modo di … promuovere il valore pubblico e sociale della musica, dell’arte e della cultura, come veicolo di benessere individuale, inclusione sociale ed educazione permanente… e di presentarsi come città candidata a Capitale Europea della Cultura 2030!

Questa Amministrazione ha completamente abdicato a quel concetto di cultura che a partire dal 1975 ha informato l’agire delle amministrazioni locali più illuminate e che dalle metropoli come Roma e Torino si è poi estesa come metodologia programmatica e politica anche nei più piccoli centri: offrire ai cittadini occasioni di crescita culturale non effimera e sostenere coloro che organizzano proposte durante tutto l’anno.

Cose del secolo scorso, si dirà. Nella Torino del XXI secolo, quella ormai quasi deindustrializzata tranne che per il comparto bellico, ovviamente, quella impoverita e senza servizi nelle periferie, quella inquinata e con una mobilità pubblica che rasenta il tartarughismo, quella tra le più calde d’Europa, ma dove anche le aiuole spartitraffico sono verde pubblico, e in fremente attesa di una nuova massiccia cementificazione, la cultura non può che essere effimera, non per i cittadini, che ne godrebbero tutti i giorni, ma diventare evento - sempre grande, naturalmente, indipendentemente dalla sua intrinseca qualità - per attirare fantomatici turisti sempre in crescita, neanche fosse Disneyworld.

E così anche l’ultimo bando pubblico destinato alle realtà musicali era solo per i festival - attività per loro natura limitate nel tempo e nello spazio, mentre agli organizzatori di stagioni nulla veniva concesso. 

Senza contare che anche sulle politiche festivaliere di questa Giunta si potrebbe scrivere un romanzo: ricordiamo tutti la vicenda di Todays, scippato a sPAZIO211 per darlo agli amici di Reverse che dopo un buco clamoroso il primo anno, presentarono l’anno successivo un programma talmente imbarazzante da essere bocciato dalla commissione.
 
E quest’anno neppure Monitor, la nuova versione ridotta nei costi ma non nella qualità del vecchio Todays, è stata finanziato, immaginiamo creando seri problemi economici agli organizzatori.

Con la chiusura del FolkClub non si spegne soltanto una storia trentennale di musica, di ricerca, di proposte musicali italiane e internazionali che ha fatto scoprire e riscoprire la musica tradizionale e folk, ma non solo. 

Si spegne, forse per sempre l’ennesimo presidio culturale? Una affollata assemblea ieri sera, nella sede dello storico club, ha radunato parecchi musicisti, qualche giornalista e persone che seguono, alcune da decenni, la vita di quello che è stato molto più di un club musicale. 

Ma a chi attribuire le responsabilità del disastro che si è abbattuto su alcuni dei luoghi storici della cultura musicale torinese? Una delle cause a cui fanno riferimento da tempo gli organizzatori di attività che si svolgono tradizionalmente durante l’intero anno, quindi non eventi spot o festival, sono i bandi e, soprattutto i criteri che guidano l’assegnazione dei punteggi, costruiti su idee che non hanno alcun collegamento reale con la specifica attività e pretendono il raggiungimento di obiettivi che sembrano frutto di allucinazioni. 

Paolo Lucà, esausto, dopo 25 anni di dedizione totale al progetto che fu di suo padre, getta la spugna e accusa la politica, non distinguendo tra quanti si sono susseguiti alla guida della Regione e del Comune. Grande assente quest’ultimo, che preferisce dilapidare risorse nella realizzazione di festival di fotografia di cui la popolazione e i famosi turisti, che avrebbero dovuto giungere in città a milioni per assistere alle fantastiche mostre, non si sono visti. 

Nel frattempo i luoghi che hanno reso vivace e riconosciuta la scena musicale torinese, anche a livello internazionale, muoiono. 

Regione e Comune preferiscono finanziare festival temporanei che portino grandi nomi commerciali, capaci, secondo loro, di richiamare il grande pubblico. Basta con le attività culturali di nicchia, FolkClub ha fatto il suo tempo; sPAZIO211? Inutile! 

Solo grandi eventi! KFF, TJF, EXPOSED, MITO e, ovviamente milioni su milioni al tempio della lirica, torinese, dove chi ci lavora non correrà mai il rischio, come dice giustamente Lucà, di perdere lo stipendio, mentre i piccoli soggetti associativi impegnano se stessi, chiedendo sacrifici alla famiglia, senza alcuna tutela e, come accade allo stesso Lucà, senza vedere lo stipendio per un anno intero, in attesa che la Regione si degni di liquidare quanto attribuito negli anni precedenti, obbligando i gestori a fare da banca, anticipando tutte le spese, pagando gli interessi (che non sono ammessi come spese nella rendicontazione) per gli anticipi ottenuti dagli istituti bancari. 

Cornuti e mazziati si direbbe in termini aulici. Il pubblico degli affezionati presenti lancia anatemi e proposte, tra le quali il sostegno attraverso l’azionariato popolare. Si sente l’affetto e la rabbia dei presenti che cercano strade per tenere in vita il club e lanciano accuse al sistema politico, attento alla visibilità a al consenso e distratto su quanto accade nella vita reale a soggetti in carne ed ossa e strutture radicate nel territorio che vengono travolte da meri interessi personali di chi gestisce le risorse pubbliche. 
Che provengono, sarà banale ma lo ribadiamo, dai contributi estratti dai cittadini, ai quali dovrebbero essere restituiti, in servizi. Anche culturali!