Dovevamo capirlo sin dal 13 dicembre 2021, quando il Consiglio comunale approvò la delibera 1162 che aveva come oggetto “LINEE PROGRAMMATICHE RELATIVE ALLE AZIONI ED AI PROGETTI DA REALIZZARE NEL CORSO DEL MANDATO 2021 - 2026”
Dovevamo capirlo quando alla cultura - inserita nell’altisonante titolo la città internazionale e interconnessa, al penultimo posto del programma e collegata ovviamente al turismo e meno immediatamente ai diritti delle persone - veniva dedicato un capitoletto striminzito di frasi quasi senza contenuto ma che indicava - relativamente alla musica - solo una proposta: quella di istituire una Music Commission.
Di quest’ultima non risulta traccia alcuna, almeno a interrogare di sito internet della Città di Torino, in compenso continuano a spegnersi o a chiudersi definitivamente presidi culturali che hanno segnato la cultura di Torino. Ultimi, in ordine di tempo, il FolkClub, il Museo Ettore Fico, mentre sPAZIO211 agonizza da tempo. Davvero una gran bel modo di … promuovere il valore pubblico e sociale della musica, dell’arte e della cultura, come veicolo di benessere individuale, inclusione sociale ed educazione permanente… e di presentarsi come città candidata a Capitale Europea della Cultura 2030!
Questa Amministrazione ha completamente abdicato a quel concetto di cultura che a partire dal 1975 ha informato l’agire delle amministrazioni locali più illuminate e che dalle metropoli come Roma e Torino si è poi estesa come metodologia programmatica e politica anche nei più piccoli centri: offrire ai cittadini occasioni di crescita culturale non effimera e sostenere coloro che organizzano proposte durante tutto l’anno.
Cose del secolo scorso, si dirà. Nella Torino del XXI secolo, quella ormai quasi deindustrializzata tranne che per il comparto bellico, ovviamente, quella impoverita e senza servizi nelle periferie, quella inquinata e con una mobilità pubblica che rasenta il tartarughismo, quella tra le più calde d’Europa, ma dove anche le aiuole spartitraffico sono verde pubblico, e in fremente attesa di una nuova massiccia cementificazione, la cultura non può che essere effimera, non per i cittadini, che ne godrebbero tutti i giorni, ma diventare evento - sempre grande, naturalmente, indipendentemente dalla sua intrinseca qualità - per attirare fantomatici turisti sempre in crescita, neanche fosse Disneyworld.
E così anche l’ultimo bando pubblico destinato alle realtà musicali era solo per i festival - attività per loro natura limitate nel tempo e nello spazio, mentre agli organizzatori di stagioni nulla veniva concesso.
Senza contare che anche sulle politiche festivaliere di questa Giunta si potrebbe scrivere un romanzo: ricordiamo tutti la vicenda di Todays, scippato a sPAZIO211 per darlo agli amici di Reverse che dopo un buco clamoroso il primo anno, presentarono l’anno successivo un programma talmente imbarazzante da essere bocciato dalla commissione.
E quest’anno neppure Monitor, la nuova versione ridotta nei costi ma non nella qualità del vecchio Todays, è stata finanziato, immaginiamo creando seri problemi economici agli organizzatori.
Con la chiusura del FolkClub non si spegne soltanto una storia trentennale di musica, di ricerca, di proposte musicali italiane e internazionali che ha fatto scoprire e riscoprire la musica tradizionale e folk, ma non solo.
Si spegne, forse per sempre l’ennesimo presidio culturale? Una affollata assemblea ieri sera, nella sede dello storico club, ha radunato parecchi musicisti, qualche giornalista e persone che seguono, alcune da decenni, la vita di quello che è stato molto più di un club musicale.
Ma a chi attribuire le responsabilità del disastro che si è abbattuto su alcuni dei luoghi storici della cultura musicale torinese? Una delle cause a cui fanno riferimento da tempo gli organizzatori di attività che si svolgono tradizionalmente durante l’intero anno, quindi non eventi spot o festival, sono i bandi e, soprattutto i criteri che guidano l’assegnazione dei punteggi, costruiti su idee che non hanno alcun collegamento reale con la specifica attività e pretendono il raggiungimento di obiettivi che sembrano frutto di allucinazioni.
Paolo Lucà, esausto, dopo 25 anni di dedizione totale al progetto che fu di suo padre, getta la spugna e accusa la politica, non distinguendo tra quanti si sono susseguiti alla guida della Regione e del Comune. Grande assente quest’ultimo, che preferisce dilapidare risorse nella realizzazione di festival di fotografia di cui la popolazione e i famosi turisti, che avrebbero dovuto giungere in città a milioni per assistere alle fantastiche mostre, non si sono visti.
Nel frattempo i luoghi che hanno reso vivace e riconosciuta la scena musicale torinese, anche a livello internazionale, muoiono.
Regione e Comune preferiscono finanziare festival temporanei che portino grandi nomi commerciali, capaci, secondo loro, di richiamare il grande pubblico. Basta con le attività culturali di nicchia, FolkClub ha fatto il suo tempo; sPAZIO211? Inutile!
Solo grandi eventi! KFF, TJF, EXPOSED, MITO e, ovviamente milioni su milioni al tempio della lirica, torinese, dove chi ci lavora non correrà mai il rischio, come dice giustamente Lucà, di perdere lo stipendio, mentre i piccoli soggetti associativi impegnano se stessi, chiedendo sacrifici alla famiglia, senza alcuna tutela e, come accade allo stesso Lucà, senza vedere lo stipendio per un anno intero, in attesa che la Regione si degni di liquidare quanto attribuito negli anni precedenti, obbligando i gestori a fare da banca, anticipando tutte le spese, pagando gli interessi (che non sono ammessi come spese nella rendicontazione) per gli anticipi ottenuti dagli istituti bancari.
Cornuti e mazziati si direbbe in termini aulici. Il pubblico degli affezionati presenti lancia anatemi e proposte, tra le quali il sostegno attraverso l’azionariato popolare. Si sente l’affetto e la rabbia dei presenti che cercano strade per tenere in vita il club e lanciano accuse al sistema politico, attento alla visibilità a al consenso e distratto su quanto accade nella vita reale a soggetti in carne ed ossa e strutture radicate nel territorio che vengono travolte da meri interessi personali di chi gestisce le risorse pubbliche.
Che provengono, sarà banale ma lo ribadiamo, dai contributi estratti dai cittadini, ai quali dovrebbero essere restituiti, in servizi. Anche culturali!
