27 agosto 2026

UNA NUOVA INDUSTRIA - PER I BISOGNI SOCIALI E CONTRO LA GUERRA


 

MARTEDÌ 8 SETTEMBRE 2026
ore 18.00

presso il CENTRO STUDI
SERENO REGIS 
(via Garibaldi 13, Torino)

incontro pubblico

con 

Gianni Mannori (FIOM Mirafiori Stellantis)
Francesca Governa (Politecnico di Torino)
Stefano Valerio (ricercatore socio-economico))
Interventi e testimonianze dalla città e dai posti di lavoro
Introduce: Fausto Cristofari (L'Altra Torino)

 

*per un percorso di partecipazione alternativo alla crisi industriale e al lavoro povero; 
*per produzioni utili ai bisogni della cittadinanza; 
*per dire no all’ipotesi di far diventare Torino un Polo dell’industria della guerra.  

Da 60.000 a 11.000 dipendenti e da 1 milione a 30.000 auto prodotte: questa è la parabola di Mirafiori. Peggio ancora se parliamo dell’industria a Torino, che pure aveva un indotto capace di eccellenze come Comau, i designer di fama, oltre alle centinaia di “boite” sul territorio. 
Eppure, questo declino non era inevitabile: se la proprietà avesse investito sul futuro dell’auto sostenibile, se lo Stato e le Amministrazioni Locali si fossero preoccupati della mobilità complessiva e non avessero solo assecondato le decisioni della “famiglia” - quella che poi ha venduto e ora investe in sanità privata e moda - le cose avrebbero potuto andare diversamente.

Invece Torino è  passata, nell'indifferenza degli amministratori pubblici, dalle attività industriali al primato della rendita fondiaria (supermercati e Bed and Breakfast) dal lavoro metalmeccanico, ma anche chimico, duro ma tutelato, al lavoro nel turismo, nella ristorazione, nei servizi, spesso con occupazione precaria, salari da fame e scarse tutele. Percorsi analoghi si verificano anche nel pubblico, dove il lavoro stabile viene sostituito da cooperative poco sociali, appalti al ribasso e precarietà a raffica.

Non possiamo e non vogliamo rassegnarci ad un percorso in cui le poche “isole” di sviluppo siano le aziende belliche, che fanno soldi sul clima di guerra - per altro sfruttando il finanziamento pubblico - o le istituzioni finanziarie che rastrellano i risparmi della gente. 

Vogliamo batterci per una città dove l’industria produca beni utili ai consumatori e alla comunità, sostenibili per l’ambiente; che soddisfi i bisogni primari dei cittadini, dai trasporti alla salute, all'istruzione, senza affidarli alla speculazione del privato; che tuteli chi lavora, in qualunque settore lo faccia, a partire dai settori controllati dal pubblico.

Per questo L'Altra Torino inizia un confronto con tanti soggetti che operano in città, dai sindacati ai comitati ambientalisti, per identificare obbiettivi e strumenti per costruire un’altra Torino, fatta di industrie sostenibili, di servizi, di luoghi di incontro, in cui lavoro, ambiente, consumi  e qualità della vita non siano in contrasto tra loro.
 

 

26 agosto 2026

Se manca il personale, non è un fatto naturale


 

La notizia delle carenze di personale alla Circoscrizione 5 forniscono lo spunto per una breve, ma fondamentale, riflessione. 
La carenza di risorse del Comune di Torino (e di gran parte degli Enti Locali) con il conseguente taglio dei servizi alla cittadinanza, non è una disgrazia piovuta dal cielo. È il frutto di ben precise scelte politiche, decise a livello nazionale su impulso europeo: i noti Patti di Stabilità, che da una quindicina d'anni hanno significato tagli drastici ai trasferimenti ai Comuni, blocco delle assunzioni, riduzione generalizzata dei servizi, privatizzazione di aziende municipali e svendita del patrimonio immobiliare. Non solo. Pur rappresentando una quota minima della spesa pubblica nazionale, quella degli Enti Locali è stata oggetto dei tagli più feroci. 

In più, per quanto riguarda Torino, tutto ciò si è aggiunto alla politica dei derivati, ampiamente utilizzata per finanziare le Olimpiadi 2006 e i cui effetti nefasti abbiamo scontato per anni, rendendo la nostra città tra le più indebitate d'Italia. Ora, se è vero che le devastanti politiche neoliberiste di rigore economico sono state calate dai vari governi che si sono succeduti in questi anni, è altrettanto vero che chi ha amministrato la città nulla ha fatto per contrastarle. 

Anziché sfruttare il peso oggettivo di una città come Torino per aggregare un'opposizione degli Enti Locali e cercare di tutelare i servizi ai cittadini, si sono allargate le braccia e si è detto: "Sia fatta la volontà di S. Mario (Monti e Draghi) e di tutti le corti celesti dei potentati finanziari europei". 

Utopia il pensare di opporsi? Proprio il fatto di averlo creduto sin dall'inizio sta rendendo sempre più difficile contrastare quanto è avvenuto e continuerà ad avvenire nei prossimi anni. Anzi, la situazione non potrà che peggiorare con le folli politiche di riarmo in corso che, peraltro, non paiono turbare molto l'attuale amministrazione comunale, causa le quali la spesa sociale verrà ulteriormente penalizzata. Insomma, le già scarse risorse diminuiranno ancora e i servizi peggioreranno di conseguenza, inutile farsi illusioni. 

Per questo L'Altra Torino crede che chi governa la città debba attivarsi con i propri cittadini e con gli altri Comuni per contrastare i tagli di bilancio, opporsi al riarmo, proporre una fiscalità che prenda I soldi dove ci sono, cioe tassando supericchi e grandi gruppi economici. E magari rimettendo in discussione il ruolo di Cassa Depositi e Prestiti, trasformata nei primi anni 2000 da soggetto pubblico finanziatore di servizio degli Enti Locali a società per azioni che agisce come un qualsiasi fondo speculativo. 
Ricordandosi, in definitiva, di essere soggetto politico, il più prossimo alle persone e il primo a doverne tutelare gli interessi.

23 agosto 2026

LA GUERRA CHE VERRÀ

 


 

Indice: 
La guerra sta tornando 
Militarizzare vuol dire
Alcuni dati
La prospettiva torinese
Accordi bellici sul territorio
Ruolo degli Atenei Torinesi 
Dual use
Militarizzazione della società
Atteggiamento dell’Amministrazione Comunale
Che fare?

 

La guerra sta tornando
La guerra sta tornando. Ovviamente in molte parti del mondo non se n’era mai andata. Neppure  alle porte di casa nostra (pensiamo ai conflitti nella ex Jugoslavia degli anni ’90). Ma almeno nella nostra memoria sino a pochi anni fa resisteva il ricordo delle atrocità del secondo conflitto mondiale e avevamo fiducia che l’articolo 11 della Costituzione (L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.), anche se non del tutto, un po’ ci mettesse al riparo dalla possibilità di essere coinvolti in nuovi conflitti bellici.

Invece ora stiamo assistendo a due  sviluppi - entrambi molto preoccupanti - che ci stanno piano piano portando in una condizione nella quale la prospettiva di un coinvolgimento diretto in una situazione bellica appare molto meno remota. 
Da un lato si sta facendo largo una
narrazione volta ad abituarci emotivamente e psicologicamente alla possibilità, anzi alla necessità di ricorrere al conflitto armato (un esempio può essere reperito negli articoli di giornale di qualche mese fa che davano per possibile - e tutto sommato accettabile - il ricorso ad armi nucleari tattiche).  è il rovesciamento completo della scala dei valori che collettivamente si aveva sino a non molti decenni fa.
La seconda linea di tendenza, questa ancora più evidente, a partire dalla volontà del governo di condividere le scelte di riarmo a livello NATO e UE, risulta essere la
progressiva militarizzazione dell’economia, dei servizi pubblici, dei centri di eccellenza di formazione, e in ultima analisi, della società tutta.

Indispensabile per sostenere questa nuovo immaginario collettivo e i conseguenti indirizzi politico-economici è la
creazione del nemico. Operazione certo non nuova e sempre utilizzata dalle classi dominanti per spostare l'attenzione delle popolazioni dai problemi interni alla minaccia esterna. Non abbiamo simpatia per nessun regime autoritario: anche l'ovvio va ribadito in un contesto nel quale chi tenta di ragionare sui fatti che avvengono nel mondo viene messo all'indice da presunta autorevole stampa e da fanatici con la maschera liberal-democratica.  Ma pare evidente che la guerra in Ucraina ha consentito la graduale costruzione di una società dove ciò che era impensabile e indicibile fino a pochi anni è divenuto elemento di vita quotidiana.
Con sprezzo della storia (anche recentissima) e
ampio uso della doppia morale e della propaganda, ecco creato il nemico cattivissimo, per combattere il quale servono armi e ancora armi; per acquistarle, accettiamo quindi di sacrificare alla patria non le fedi nuziali ma la sanità pubblica e lo stato sociale intero. E con loro i finanziamenti agli enti locali, già decimati dalle ottuse e feroci politiche di austerità di matrice europea 
 

Militarizzare vuol dire
Militarizzare vuol dire rendere normale il fatto che il mondo viva in una situazione di conflitto permanente, che si avvicina sempre di più a noi. Vuol dire prepararci all’idea che l’Europa possa entrare in guerra nei prossimi anni. La normalizzazione parte dal rendere endemica la situazione di oppressione in Palestina, nel rendere accettabile l’allargamento del conflitto, da parte di Israele e degli USA, in un’ottica imperiale (Libano, Siria, Iran…). Vuol dire porsi nell’onda degli USA e di Trump, con pochi distinguo. Europa in guerra vuol dire ingigantire il pericolo rappresentato dalla Russia, rifiutandosi di provare a mettere in piedi vere trattative di pace.

Militarizzare vuol dire abituarci all’idea che il
settore bellico possa essere considerato come un qualsiasi settore industriale, e che possa rappresentare un’alternativa alla de-industrializzazione e per la creazione di posti di lavoro (cosa smentita dai numeri e dai fatti). Vuol dire imporre l’idea che la “difesa” (la guerra) deve stare al primo posto, sacrificando ad essa gli investimenti per welfare, salute, scuola. Vuol dire adeguarsi all’impoverimento della società, sia come alternative produttive che come conseguenza del taglio del welfare. 

Militarizzare vuol dire concepire i problemi di
convivenza, di immigrazione, come questioni da risolvere dal lato esclusivamente repressivo (militare, appunto) ignorando il versante dell’accoglienza. La stessa cosa vale nei confronti delle espressioni di dissenso innescate dalla situazione stessa.
Militarizzare vuol dire pensare che la
violenza sia il vivere naturale della società: la competizione, l’individualismo, la carriera come specchio di ciò che accade a livello internazionale; il rifiuto del migrante e del diverso.

Militarizzare vuol dire introdurre l’idea che
qualsiasi infrastruttura sia passibile di essere usate militarmente: una strada, un ponte, una ferrovia, un’acquedotto, le strutture di produzione energetica. Non solo le industrie belliche diventano un potenziale obiettivo, ma anche ciò che serve alla vita normale di una città. Di qui la necessità di sorvegliare, di bloccare la quinta colonna” 

Alcuni dati
*La spesa in armi in Italia cresce 14 volte più del PIL. 
450 aziende, con un volume d’affari di 8 mld € e 35.000 addetti (di cui 12.000 nel torinese). Secondo i dati IRES l’Aerospace del Piemonte rappresenta il 20% degli addetti in Italia.
*La spesa militare italiana diretta prevista per il 2026 ha toccato il record di 33,9 miliardi di € (+45% nel decennio), con oltre 13 Mld in armamenti e una proiezione di programmi da 130 Mld nei prossimi 15 anni.
*Il settore bellico produce enormi profitti:  le azioni Rehinmetal, fra gennaio 2022 e giugno 2025, sono cresciute di +760%; le azioni Leonardo: +517%.
*Leonardo in Piemonte è passato da 4.800 a 5.200 dipendenti: 1.200 a Cameri, 2.200 a Caselle, 1.800 a Torino + 1.100 in Thales Alenia Space, coprendo vari  progetti in Piemonte: Nuovi caccia GCAP; F35: a Cameri; Eurofighter e nuovi caccia GCAP a Caselle. 
*Sono in corso 54 contratti fra Politecnico e Leonardo, per un valore 2022-2024 di 6 mln di € (a fronte di un bilancio di 580 mln di € l’anno).

La prospettiva torinese
Analizziamo, quindi, la prospettiva torinese - che è quella che ci interessa e che peraltro si inscrive perfettamente, come abbiamo visto, in una logica nazionale e anche mondiale -  evidenziando alcuni aspetti, di solito presentati come situazioni a sé stanti, in modo che diventa più difficile coglierne l’impatto complessivo, che invece è quanto ci proponiamo di fare in questa sede, focalizzando la nostra attenzione sulla militarizzazione nel nostro territorio di industria, centri di formazione, società.

Mappatura dell’industria bellica torinese
La mappatura dell’industria bellica fatta da Stop Riarmo, rimarca la collaborazione di aziende come Leonardo e Thales con enti pubblici e privati, come il Politecnico e Intesa San Paolo, di cui il progetto di Città dell’Aerospazio è un esempio, che coinvolge anche il Comune di Torino. 

La “fabbrica della guerra” è composta da figure molteplici: “oltre agli
attori principali  troviamo chi prende parte alla produzione fornendo componenti o lavorazioni meccaniche, chi la finanzia, chi ne favorisce logistica e trasporto e chi ne agevola le implementazioni tecnologiche (Università e Politecnico). Nella filiera (complessa e stratificata) troviamo non solo chi realizza il “prodotto militare finito”, ma anche chi contribuisce con la fornitura di componenti e sistemi o chi collabora con industrie operanti nel settore della difesa. Il cosiddetto dual use “non costituisce un’eccezione marginale, ma una caratteristica intrinseca del settore, che rende problematica ogni classificazione netta e definitiva delle imprese, imponendo un approccio fondato su categorie differenziate in base al diverso grado di prossimità al coinvolgimento diretto nell’industria bellica. Il dual use, in altre parole, obbliga a riconoscere la natura complessa della filiera aerospaziale nei suoi rapporti con la difesa”.

Per quanto riguarda il versante occupazione, le aziende legate all’aerospazio sono quasi le uniche ad
assumere personale, soprattutto figure altamente specializzate. I numeri, però, dimostrano che questo settore non è assolutamente in grado di sopperire al declino industriale che si è verificato sul nostro territorio negli ultimi 15-20 anni, senza dimenticare che in tali realtà produttive vi è certamente (anche se non si hanno dati precisi) una notevole presenza di personale soggetto a NOS (Nulla Osta Segretezza), la cui applicazione costituisce un costo significativo per le aziende, con un sistema di controlli assai pesante. 
Ciononostante, è interessante notare che l’ipotesi di riconversione verso la produzione bellica non si è ancora estesa in modo significativo sul nostro territorio. La stessa costruzione del Polo Aerospaziale in corso Marche
procede più lentamente del previsto e le aziende incontrano numerosi ostacoli normativi nell’attuare la trasformazione.

Accordi bellici sul territorio
Alcuni esempi di “accordi bellici” sul territorio: 

*Thales Alenia Space ha sviluppato in corso Marche la struttura di modulo europeo e sottosistemi critici  per la missione lunare Artemis II.   
*Argotec (satelliti)  aprirà a Cape Canaveral (Florida) uno stabilimento per piccoli satelliti
*L’accordo Leonardo/Baycar (Turchia) prevede la produzione di droni a Villanova d’Albenga. 
*ll gruppo USA N-Light porterà a Torino il polo delle armi laser NATO ampliando lo stabilimento di via Reiss Romoli.
*Il DAP (Distretto Aerospaziale Piemonte) ha un memorandum di intesa con Aerospace NRW (Renania del nord/Vestfalia), che raggruppa 400 aziende (supportate da Università) in Germania.
 
*APR Pinerolo ha ricevuto una maxi commessa da ESA (Ente Spaziale Europeo) per sistemi di controllo del propellente per veicoli in orbita terrestre (filtri). 
*MBDA (principale consorzio europeo costruttore di missili e tecnologie per la difesa, con partecipazioni di Airbus, BAE e Leonardo) ha stretto un accordo con TXT per lo sviluppo a Torino di sistemi come software avanzati, progettazione di piattaforme complesse, simulazioni e algoritmi. 
*Infine, anche se non incide direttamente sul nostro territorio è interessante notare la nascita di Leonardo Ukraine, con sede a Kiev, che fa riferimento alla possibile “sperimentazione” sul campo dei sistemi d’arma e di difesa (fonte Info Aut e Milano Finanza).

Ruolo degli Atenei Torinesi
Accanto alle realtà produttive un ruolo strategico nella logica della militarizzazione dell’area torinese va ascritto a Politecnico e Università. 

Come già rilevava Luca Rondi in due suoi articoli su Altreconomia nell’ottobre 2025…”I rapporti tra le aziende del comparto militare e le Università italiane sono sempre più stretti: 23 atenei su 31 hanno infatti legami con Leonardo Spa (74%), 20 con Thales Alenia Space Spa (65%) e otto con Mbda Italia Spa (26%), colosso europeo che produce anche missili terra-aria.” 
“Il
Politecnico di Torino non ha inviato nessuna informazione sugli accordi in essere con le aziende del settore militare. Non è stato quindi possibile ricostruire l’entità e la pervasività di questi legami in una delle città che si candida a rivestire un ruolo da protagonista nell’industria aerospaziale e della Difesa”. 
Fatto ancora più grave se si considera che oltre alla già citata Città dell’Aereospazio,  verrà anche aperto l’incubatore di start-up
Diana promosso dalla Nato con l’obiettivo, tra gli altri, di “convogliare la ricerca e lo sviluppo in modo tale che prodotti dedicati in un primo tempo a un uso civile possano essere usati anche in ambito militare”. 
Abbiamo comunque dato largamente conto della
presa di posizione di un gruppo di docenti del Politecnico, resa pubblica nei giorni scorsi, di dissociarsi dalla decisione presa dagli organismi  direttivi dell'Ateneo di consentire la presenza al suo interno di progetti di ricerca, per conto di privati o enti pubblici, anche a uso militare benché con alcune parziali limitazioni, ritenendoli non compatibili con le finalità dell'università pubblica sancite dalla Costituzione.

Anche per quanto concerne
UNITO  risulta molto difficile reperire dati su Protocolli di Intesa, Convenzioni, Accordi tra Università e Aziende con risvolti potenzialmente militari, se non l'accordo siglato da Smat, società che gestisce il servizio idrico nella città Città Metropolitana, con l'Università di Torino, per sviluppare progetti volti a migliorare la tutela ambientale e le capacità di monitoraggio e prevenzione dei fenomeni meteorologici estremi che prevede l'utilizzo dei risultati delle ricerche anche in ambito militare.
Comunque a luglio è stata approvata, in Senato Accademico, la
proroga fino al 31 dicembre dell'Osservatorio ORA, al quale è stata data la responsabilità di scrivere delle proposte di regolamento sui rischi della ricerca dual use, e sugli argomenti che sono stati al centro della discussione dell'osservatorio nel suo periodo d'attività. Ancora nessuna menzione di mozioni o delibere al Senato Accademico per l'interruzione dei rapporti con le università israeliane.

Dual use
È necessario approfondire alcune questioni. Il cosiddetto “dual use”, ad esempio. E’ purtroppo vero che buona parte delle innovazioni è partita in modo indissolubile dalla ricerca militare. Si pone perciò la questione di come affrontare il problema. Intervenire a monte sulla ricerca, fermandola non appena c’è il rischio di un uso bellico? Provare a rifiutarne le applicazioni belliche? In ogni caso sarebbero necessari strumenti di controllo che oggi non esistono. Ciò che sta avvenendo nell’Università in riferimento a Smat indica che i “paletti” posti dal Senato accademico si fermano al piano dell’informazione, finendo comunque per registrare e subire la volontà dell’interlocutore. Eppure, gli investimenti nell’industria bellica sono di derivazione pubblica, a differenza di altri settori. E tuttavia le scelte che vengono fatte sono sottratte a qualsiasi forma di intervento da parte della popolazione e della cittadinanza, restando sostanzialmente segrete.

Militarizzazione della società
Dobbiamo sottolineare da un lato il messaggio veicolato da diverse campagne pubblicitarie - ospitate anche sui mezzi pubblici torinesi - per promuovere l’arruolamento nell’Esercito, e la costanze presenta del Ministero della Difesa in occasione di manifestazioni quali Iolavoro ecc., dall’altro l’applicazione integrale delle nuove normative sull’ordine pubblico e la conseguente repressione di manifestazioni di dissenso, a come successo in diverse occasioni a Torino negli ultimi mesi.

Atteggiamento dell’Amministrazione Comunale
A fronte di questo quadro complessivo, sommariamente descritto ma che riporta comunque le questioni salienti del nostro territorio,  l’attuale Amministrazione Comunale ha sempre dimostrato un sostegno entusiastico per quanto riguarda l’aspetto produttivo ed economico, un silenzio assordante sul discorso del dual use, anche da parte degli Atenei Torinesi e di aziende erogatrici di servizi pubblici controllate dalla Città, e molto spesso una esplicita solidarietà agli interventi repressivi attuati dalle forze dell’ordine verso l’espressione di manifestazioni di dissenso.

Che fare?
Costruire un’alternativa alla militarizzazione vuol dire operare per una trasformazione complessiva dell’industria e dell’economia, che ponga al centro i bisogni delle persone, resistendo alla deriva bellicista. Deriva che investe anche il mondo dell’istruzione e della conoscenza, attraverso le collaborazioni fra industria bellica Politecnico e Università nel campo della ricerca, e far entrare le argomentazioni dell’esercito nella Scuola.
Purtroppo
i rischi di essere coinvolti in una guerra, che iniziano a concretizzarsi, non sono patrimonio esclusivo di una destra militarista e autoritaria (che anzi tende a volte, con enormi contraddizioni, a “smarcarsi”) ma provengono, nel nostro caso, da una Unione Europea tecnocratica e “occidentalista”, coinvolgendo anche le forze che si autodefiniscono “socialiste” o “socialdemocratiche”. Si tratta quindi di una “spinta di sistema” che ci troviamo a contrastare. 

Per questo
L’Altra Torino non solo ribadisce la sua assoluta contrarietà al ricorso della forza nella gestione dei conflitti - dalla dimensione internazionale a quella prettamente locale - ma riconoscendosi nel significato della poesia di Bertold Brecth riportata all’inizio, è contro la svolta belligerante dell’Europa che si attrezza per la prossime guerre, pagate dai cittadini e dai lavoratori che vedono peggiorare, giorno dopo giorno, le loro condizioni di vita.
Della guerra fanno le spese i popoli, mentre le èlite fanno affari e le industrie degli armamenti vedono crescere i loro guadagni sempre più sporchi del sangue di centinaia di migliaia di di esseri umani, in prevalenza vittime civili, come continuiamo a vedere in
Palestina, Libano e in altri conflitti in cui la mano occidentale non manca mai.


L’Altra Torino è a fianco di quanti, nelle aziende, nelle scuole e negli atenei, nella società si mobilitano contro la cultura della guerra, dell’oppressione e dello sfruttamento.

Questi temi saranno in primo piano nella piattaforma elettorale che stiamo costruendo e a cui invitiamo quanti si riconoscono nei nostri valori a partecipare.

Inoltre su queste tematiche L’Altra Torino organizza il prossimo 8 settembre un’iniziativa pubblica, in cui affrontare il tema dell’industria bellica nel suo legame con la necessità di opporsi, contemporaneamente, alle politiche di riarmo e al declino industriale del territorio torinese. Aspetti fra loro intimamente connessi e difficilmente separabili: se riconversione deve esserci, contribuendo, deve realizzarsi attraverso produzioni utili alla popolazione, da definirsi con un percorso partecipato, non certamente attraverso produzioni destinate alla guerra, definite con procedure opache se non addirittura segrete. 


 

20 agosto 2026

Mettete dell'acqua nei vostri cannoni

 


Nell'articolo "Smat e la ricerca militare, l'acqua è un bene da difendere", Repubblica ci informa dell'accordo siglato da Smat, società che gestisce il servizio idrico nella città Città Metropolitana, con l'Università di Torino, per sviluppare progetti volti a migliorare la tutela ambientale e le capacità di monitoraggio e prevenzione dei fenomeni meteorologici estremi.
 
La cosa è in sé un fatto positivo. Inquietante è che gli accordi consentano l'utilizzo dei risultati delle ricerche anche in ambito militare.
Certo, si pone Il limite della difesa dello Stato e della conformità alla Costituzione e al diritto internazionale ma, nella fase storica in cui viviamo, questi vincoli appaiono foglie di fico che non riescono a celare la militarizzazione di ogni ambito sociale e produttivo, fino a pochi anni fa impensabile.
In cosa si concretizzeranno questi accordi non lo sappiamo.
 
Quello che vorremmo sapere è cosa ne pensa il Comune di Torino, che di Smat possiede quasi 2/3 delle azioni?
Il tema non merita l'attenzione di una discussione in Consiglio Comunale, visto che si tratta di un bene essenziale e sempre più scarso (vedi siccità in corso) come l'acqua?
 
O dobbiamo ritenere che non ci sia motivo per discuterne, essendo gli accordi coerenti con l'appoggio incondizionato della nostra Amministrazione alla trasformazione di Torino da città dell'auto a città delle armi?
 
È troppo chiedere ai nostri media di occuparsi di tutto ciò? Magari sentendo anche cosa ne pensa chi, studenti e docenti, in questi mesi si è battuto contro la collaborazione tra università e industria bellica.
 
Sarebbe anche assai gradito che chi fa informazione la facesse a tutto tondo e non si limitasse a magnificare l'attività di ricerca di Smat. Ci chiediamo, infatti, perché la cittadinanza non abbia il diritto di sapere che le perdite dell'acquedotto a fine 2025 sfioravano il 39% dell'acqua immessa in rete. Il dato è in aumento, rispetto al 33,5% del 2021. Va notato che Arera, l'autorità di governo del servizio idrico, pone come soglia di "qualità" del servizio un livello di perdite non superiore al 20%.
Per appurare tutto ciò serviva sfogliare la relazione all'ultimo bilancio Smat, come ha fatto il Comitato Acqua Pubblica Torino, il cui comunicato stampa in merito è stato totalmente ignorato.
 
Crediamo sia doveroso investire prioritariamente nella sostituzione di tubature molto spesso vetuste e colabrodo. I progetti di ricerca sono un ottima cosa, molto meno se indirizzati verso non meglio precisati scopi militari.
 
Salvo che non si vogliano sostenere le folli politiche di riarmo e di preparazione alla guerra con la spauracchio del "nemico" pronto ad attaccarci, la difesa dell'acqua la si fa con gli opportuni investimenti per combattere siccità e cambiamento climatico. Altri nemici non ve ne sono.
 

14 agosto 2026

L’ALTRA TORINO È VERDE SEMPRE, NON SOLO AD AGOSTO.

 


 

Finalmente anche sui mass media generalisti ci si è accorti del cambiamento climatico! Lo apprezziamo e lo abbiamo sempre evidenziato, perché molti di noi arrivano da esperienze di attivismo ambientalista e tutti sappiamo quanto la questione delle misure da prendere per limitare l’impatto del cambiamento climatico siano prioritarie.

Tuttavia il cambiamento climatico non è una tragedia inviataci da chissà quale divinità per farci espiare chissà quale peccato ma è una attività umana, che deriva dall’insensato sfruttamento delle risorse naturali per aumentare guadagni in un sistema capitalistico di mercato che prevede la chimera dello sviluppo infinito ma che si risolve invece nello sfruttamento di altri esseri umani e della natura, affinché pochi possano avere sempre di più e molti sempre di meno.

A Torino il problema dell’ambiente si intreccia a molte altre questioni che cerchiamo di sottolineare tutti i giorni. 
Si intreccia con la proposta del nuovo piano regolatore, che sulla questione del verde urbano racconta fuffa, con la cosiddetta "riqualificazione" del Meisino, con l’edificazione di un nuovo ospedale in un parco, con un sistema di trasporto pubblico e di mobilità urbana che costringe nei fatti ad utilizzare l’automobile privata, se la si ha, ovviamente, per spostarsi, con la solfa dei Grandi Eventi sul cui altare vengono sacrificati spazi verdi e pubblici, con il problema dell’acqua che dovrebbe essere pubblica ma che è sempre più privata, costosa e in sovrappiù sprecata, come se non fosse una risorsa preziosa. 

E naturalmente, con buona pace di chi si dice ambientalista ma poi vota SEMPRE a favore di tutti i provvedimenti che nei fatti impattano negativamente sull'ambiente, salvo poi stracciarsi le vesti sui giornali e in televisione.

E ancora di più si intreccia con le disuguaglianze sociali ed economiche che nella nostra città sono evidenti in alcune aree, in particolare quelle periferiche, ma non solo, perché sono anche direttamente proporzionali al reddito di ciascuno, dove la carenza di verde pubblico è maggiore, dove le abitazioni non sono adeguate e non si ha la possibilità economica di trascorrere un periodo di vacanza in luogo più fresco.

Abbiamo quindi deciso di dedicare spazio sui nostri social alla questione dell’ambiente e continueremo a farlo nei prossimi giorni, per sensibilizzare, attraverso brevi video informativi sul nostro account instagram, attraverso l’intervista ai nostri portavoce, attraverso articoli e riflessioni, che ci auguriamo di ricevere da chi legge o ascolta.

Sarà una questione centrale del nostro programma elettorale che stiamo costruendo assieme a tutte le persone interessate a questo tema.

 

A TORINO IL CALDO è UN FATTO DI CLASSE

 

 
 
Intervista su dignità TV a Simona Bombieri e Giovanni Limone, portavoce de L'altra Torino.
 
Un confronto su questa estate bollente che non rappresenta un'emergenza passeggera, ma una condizione strutturale dettata dal cambiamento climatico, fonte di disuguaglianze sociali, con impatti sproporzionati sulla popolazione più fragile.
Per affrontare la sfida del cambiamento climatico occorre una visione d'insieme capace di connettere e tutelare ogni settore critico: lavoro, sanità, urbanistica, difesa del verde
 

05 agosto 2026

Autonomia Differenziata: Sindaco Lo Russo, se ci sei batti un colpo!

 

 


 I “Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia Differenziata” prendono posizione a proposito del procedere, malgrado il caldo torrido di questi giorni, delle pre-intese sull’Autonomia Differenziata con le Regioni Piemonte, Veneto, Liguria, Lombardia.

Segnaliamo in particolare l’apertura del comunicato, dove si legge: “Il fatto che il Governo in pieno luglio abbia - con un vero e proprio colpo di mano, prima al Senato e poi alla Camera - approvato le risoluzioni per consegnare la potestà legislativa a Veneto, Liguria, Lombardia, Piemonte su professioni, previdenza complementare, protezione civile e sanità, non ha generato alcuna reazione particolare da parte dei Sindaci dei capoluoghi di quelle Regioni (…). Un silenzio misterioso, considerate le circostanze: tacciono coloro che dall’Autonomia Differenziata non possono che vedere modificate le proprie prerogative e i propri poteri. In peggio. 

Evidentemente i Sindaci di Milano, Genova e Torino o stanno sottovalutando o ignorano i danni che l’Autonomia Differenziata da parte delle Regioni di cui sono capoluogo provocherebbe loro”.

Condividiamo in pieno le valutazioni espresse dai Comitati: la lotta contro l’Autonomia Differenziata non può essere lasciata ai soli sforzi dei Comitati stessi. Richiede un supporto immediato da parte di quelle istituzioni che, almeno a parole, si sono dichiarate contrarie al processo di spaccatura del Paese. 


Giriamo quindi al Sindaco di Torino Lo Russo un invito pressante a farsi sentire: se ci sei, batti un colpo! Tanto più che invece i sindaci di altre città, (ad esempio in Puglia e in Emilia Romagna) lo stanno facendo, con un appello su cui si stanno raccogliendo le sottoscrizioni.

Ci uniamo quindi senz’altro a quell’appello, che chiede “l’immediata sospensione del procedimento relativo agli schemi di intesa preliminare”, dando sin da subito la nostra adesione e offrendo il nostro contributo a tutte le iniziative che si vorranno intraprendere in quella direzione.

03 agosto 2026

CITTÀ DELL’AEROSPAZIO: INIZIANO I LAVORI - UN FUTURO DI GUERRA PER TORINO

 


I giornali annunciano con la grancassa l’inizio delle demolizioni che darebbero l’avvio alla costruzione della Città dell’Aerospazio di corso Marche. Come se fosse una bella notizia. Si tratta, in realtà, di un primo passo verso la catastrofe. Perché? Perché ci stanno costruendo un futuro che prevede la trasformazione della nostra città in un polo di produzione e ricerca per l’industria bellica.

E’ infatti del tutto evidente come l’Aerospazio sia ormai strettamente legato (ma forse lo è sempre stato, magari con minore evidenza) ad un uso di guerra (definizione degli obbiettivi, studio del territorio). 

E Torino, in particolare con lo stabilimento Leonardo di Caselle, è già un luogo di produzione per la guerra (F 35, caccia Eurofighter e, in prospettiva, il progetto per i nuovi caccia GCAP, sviluppato con Giappone e Regno Unito). Con la piena collaborazione del Politecnico, che diventa produttore di una cultura di guerra, e con la totale acquiescenza dell’Amministrazione comunale. 

Contro questa trasformazione ci riteniamo impegnati, a fianco delle molte realtà che sul territorio torinese si stanno battendo nella stessa direzione (compresi molti docenti del Politecnico). 

Questa trasformazione della città la renderebbe inevitabilmente (nei tempi convulsi di guerra incombente che stiamo vivendo) un potenziale obiettivo bellico, con la richiesta di “sorveglianza” che ne deriverebbe e la conseguente ulteriore militarizzazione del territorio.  

Contrariamente all’illusione, sparsa a piene mani da politici e media, che ciò possa contrastare la situazione di crisi industriale che stiamo vivendo, tutti sanno che l’occupazione che potrebbe prodursi nell’industria bellica e dell’aerospazio non potrà mai andare a sostituire i moltissimi posti di lavoro persi, ad esempio, con la crisi di Stellantis e dell’automotive. Senza dimenticare che la costruzione della Città dell’Aerospazio muove soldi pubblici e speculazione sulle aree, sollevando grandi “appetiti”, che, al momento, sembrano prevalere anche sulla “fretta” di costruire la struttura, i cui lavori, il cui inizio viene tanto strombazzato, procedono più lentamente (e non saremo certo noi a sostenerne l’accelerazione), di quanto ipotizzato dai suoi stessi promotori. 

Tutte ragioni per le quali l’inizio delle demolizioni non è per noi una buona notizia, ma costituisce invece un’ulteriore spinta per mobilitarci e per cercare di costruire un movimento di massa, nella città, contro la costruzione della Città dell’Aerospazio e contro la cultura di morte che dietro vi si nasconde.
 

01 agosto 2026

E…STATE IN CITTÀ

 


L’ondata di calore, frutto del cambiamento climatico, frutto a sua volta dell’attività umana e di precise scelte politiche a tutti i livelli, investe nuovamente la città. Ce lo ricorda anche Extinction Rebellion,  che ha proiettato sulla Mole la scritta: “Questo caldo è una scelta politica”. Un riferimento, - come spiega il loro comunicato stampa -  alle responsabilità politiche di chi, secondo il movimento, negli anni ha minimizzato la gravità della crisi e ha fatto scelte che vanno in direzione contraria”.

Due notizie riportate dai quotidiani di oggi (sabato 1 agosto) avvalorano questa affermazione, che ha naturalmente un significato più generale. 

In questa situazione, infatti, malgrado l’ordinanza di fermo delle attività fra le 12.30 e le 16, emessa dalla Regione (che non prevede sanzioni!), chi è costretto a lavorare nei numerosi cantieri della città, continua a doverlo fare anche nelle ore più calde. Ancora più grave e inaccettabile, ciò avviene anche nei cantieri che lavorano per il Comune di Torino, dal Valentino a via Roma. Si apprende inoltre che “Palazzo Civico chiarisce che farla rispettare non è responsabilità del Comune, ma spetta alle singole imprese appaltatrici, anche quando operano per conto dell’Amministrazione.” 
Tale affermazione è inammissibile. Non è possibile che un Ente Pubblico non faccia rispettare la normativa sul lavoro prevista a tutela della salute dei lavoratori, rifugiandosi dietro cavilli burocratici.

E, come di consueto, GTT ha provveduto a sospendere le corse di molte linee, quest'anno ben 36, e a ridurre l'orario di altre. L’elenco delle sospensioni/limitazioni è lungo e comprende, per un paio di domeniche, anche la metro. Evidentemente i nostri solerti amministratori (e GTT) pensano che un servizio pubblico possa funzionare a singhiozzo, costringendo chi lo utilizza (cioè le fasce di cittadinanza meno ricche), a ulteriori disagi rispetto a quelli già subiti tutto l'anno. Sì, perché la riduzione delle frequenze di passaggio dei mezzi è costante, e pesantissima per molte linee, ormai da anni. Tutto ciò è frutto non solo di carenza di risorse (tema sul quale si dovrebbe aprire una serio ragionamento sulle responsabilità) ma di una concezione del trasporto pubblico subordinato a quello privato. Senza contare il contributo che così si dà all'inquinamento dell'aria e al riscaldamento globale, nel contesto di sofferenza economica nel quale vive una fascia sempre più ampia di popolazione. 
Ciò significa che il diritto alla mobilità sta venendo meno per chi un auto non se la può più permettere e il servizio pubblico diviene solo un centro di costo, piuttosto che un servizio da rendere alla cittadinanza.

L’estate in città porterà pesanti disagi per chi è costretto a lavorare all’aperto e per chi deve spostarsi per una visita medica o altre necessità, specie se non ha l'auto o non può permettersi un taxi. Questioni che poco interessano l'amministrazione comunale, come del caldo patito da chi non possiede un condizionatore o non ha i soldi per pagare le bollette. Evidentemente, come cantava Guccini "I politici han ben altro a cui pensare". 

photo credit: Extinction Rebellion