23 agosto 2026

LA GUERRA CHE VERRÀ

 


 

Indice: 
La guerra sta tornando 
Militarizzare vuol dire
Alcuni dati
La prospettiva torinese
Accordi bellici sul territorio
Ruolo degli Atenei Torinesi 
Dual use
Militarizzazione della società
Atteggiamento dell’Amministrazione Comunale
Che fare?

 

La guerra sta tornando
La guerra sta tornando. Ovviamente in molte parti del mondo non se n’era mai andata. Neppure  alle porte di casa nostra (pensiamo ai conflitti nella ex Jugoslavia degli anni ’90). Ma almeno nella nostra memoria sino a pochi anni fa resisteva il ricordo delle atrocità del secondo conflitto mondiale e avevamo fiducia che l’articolo 11 della Costituzione (L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.), anche se non del tutto, un po’ ci mettesse al riparo dalla possibilità di essere coinvolti in nuovi conflitti bellici.

Invece ora stiamo assistendo a due  sviluppi - entrambi molto preoccupanti - che ci stanno piano piano portando in una condizione nella quale la prospettiva di un coinvolgimento diretto in una situazione bellica appare molto meno remota. 
Da un lato si sta facendo largo una
narrazione volta ad abituarci emotivamente e psicologicamente alla possibilità, anzi alla necessità di ricorrere al conflitto armato (un esempio può essere reperito negli articoli di giornale di qualche mese fa che davano per possibile - e tutto sommato accettabile - il ricorso ad armi nucleari tattiche).  è il rovesciamento completo della scala dei valori che collettivamente si aveva sino a non molti decenni fa.
La seconda linea di tendenza, questa ancora più evidente, a partire dalla volontà del governo di condividere le scelte di riarmo a livello NATO e UE, risulta essere la
progressiva militarizzazione dell’economia, dei servizi pubblici, dei centri di eccellenza di formazione, e in ultima analisi, della società tutta.

Indispensabile per sostenere questa nuovo immaginario collettivo e i conseguenti indirizzi politico-economici è la
creazione del nemico. Operazione certo non nuova e sempre utilizzata dalle classi dominanti per spostare l'attenzione delle popolazioni dai problemi interni alla minaccia esterna. Non abbiamo simpatia per nessun regime autoritario: anche l'ovvio va ribadito in un contesto nel quale chi tenta di ragionare sui fatti che avvengono nel mondo viene messo all'indice da presunta autorevole stampa e da fanatici con la maschera liberal-democratica.  Ma pare evidente che la guerra in Ucraina ha consentito la graduale costruzione di una società dove ciò che era impensabile e indicibile fino a pochi anni è divenuto elemento di vita quotidiana.
Con sprezzo della storia (anche recentissima) e
ampio uso della doppia morale e della propaganda, ecco creato il nemico cattivissimo, per combattere il quale servono armi e ancora armi; per acquistarle, accettiamo quindi di sacrificare alla patria non le fedi nuziali ma la sanità pubblica e lo stato sociale intero. E con loro i finanziamenti agli enti locali, già decimati dalle ottuse e feroci politiche di austerità di matrice europea 
 

Militarizzare vuol dire
Militarizzare vuol dire rendere normale il fatto che il mondo viva in una situazione di conflitto permanente, che si avvicina sempre di più a noi. Vuol dire prepararci all’idea che l’Europa possa entrare in guerra nei prossimi anni. La normalizzazione parte dal rendere endemica la situazione di oppressione in Palestina, nel rendere accettabile l’allargamento del conflitto, da parte di Israele e degli USA, in un’ottica imperiale (Libano, Siria, Iran…). Vuol dire porsi nell’onda degli USA e di Trump, con pochi distinguo. Europa in guerra vuol dire ingigantire il pericolo rappresentato dalla Russia, rifiutandosi di provare a mettere in piedi vere trattative di pace.

Militarizzare vuol dire abituarci all’idea che il
settore bellico possa essere considerato come un qualsiasi settore industriale, e che possa rappresentare un’alternativa alla de-industrializzazione e per la creazione di posti di lavoro (cosa smentita dai numeri e dai fatti). Vuol dire imporre l’idea che la “difesa” (la guerra) deve stare al primo posto, sacrificando ad essa gli investimenti per welfare, salute, scuola. Vuol dire adeguarsi all’impoverimento della società, sia come alternative produttive che come conseguenza del taglio del welfare. 

Militarizzare vuol dire concepire i problemi di
convivenza, di immigrazione, come questioni da risolvere dal lato esclusivamente repressivo (militare, appunto) ignorando il versante dell’accoglienza. La stessa cosa vale nei confronti delle espressioni di dissenso innescate dalla situazione stessa.
Militarizzare vuol dire pensare che la
violenza sia il vivere naturale della società: la competizione, l’individualismo, la carriera come specchio di ciò che accade a livello internazionale; il rifiuto del migrante e del diverso.

Militarizzare vuol dire introdurre l’idea che
qualsiasi infrastruttura sia passibile di essere usate militarmente: una strada, un ponte, una ferrovia, un’acquedotto, le strutture di produzione energetica. Non solo le industrie belliche diventano un potenziale obiettivo, ma anche ciò che serve alla vita normale di una città. Di qui la necessità di sorvegliare, di bloccare la quinta colonna” 

Alcuni dati
*La spesa in armi in Italia cresce 14 volte più del PIL. 
450 aziende, con un volume d’affari di 8 mld € e 35.000 addetti (di cui 12.000 nel torinese). Secondo i dati IRES l’Aerospace del Piemonte rappresenta il 20% degli addetti in Italia.
*La spesa militare italiana diretta prevista per il 2026 ha toccato il record di 33,9 miliardi di € (+45% nel decennio), con oltre 13 Mld in armamenti e una proiezione di programmi da 130 Mld nei prossimi 15 anni.
*Il settore bellico produce enormi profitti:  le azioni Rehinmetal, fra gennaio 2022 e giugno 2025, sono cresciute di +760%; le azioni Leonardo: +517%.
*Leonardo in Piemonte è passato da 4.800 a 5.200 dipendenti: 1.200 a Cameri, 2.200 a Caselle, 1.800 a Torino + 1.100 in Thales Alenia Space, coprendo vari  progetti in Piemonte: Nuovi caccia GCAP; F35: a Cameri; Eurofighter e nuovi caccia GCAP a Caselle. 
*Sono in corso 54 contratti fra Politecnico e Leonardo, per un valore 2022-2024 di 6 mln di € (a fronte di un bilancio di 580 mln di € l’anno).

La prospettiva torinese
Analizziamo, quindi, la prospettiva torinese - che è quella che ci interessa e che peraltro si inscrive perfettamente, come abbiamo visto, in una logica nazionale e anche mondiale -  evidenziando alcuni aspetti, di solito presentati come situazioni a sé stanti, in modo che diventa più difficile coglierne l’impatto complessivo, che invece è quanto ci proponiamo di fare in questa sede, focalizzando la nostra attenzione sulla militarizzazione nel nostro territorio di industria, centri di formazione, società.

Mappatura dell’industria bellica torinese
La mappatura dell’industria bellica fatta da Stop Riarmo, rimarca la collaborazione di aziende come Leonardo e Thales con enti pubblici e privati, come il Politecnico e Intesa San Paolo, di cui il progetto di Città dell’Aerospazio è un esempio, che coinvolge anche il Comune di Torino

La “fabbrica della guerra” è composta da figure molteplici: “oltre agli
attori principali  troviamo chi prende parte alla produzione fornendo componenti o lavorazioni meccaniche, chi la finanzia, chi ne favorisce logistica e trasporto e chi ne agevola le implementazioni tecnologiche (Università e Politecnico). Nella filiera (complessa e stratificata) troviamo non solo chi realizza il “prodotto militare finito”, ma anche chi contribuisce con la fornitura di componenti e sistemi o chi collabora con industrie operanti nel settore della difesa. Il cosiddetto dual use “non costituisce un’eccezione marginale, ma una caratteristica intrinseca del settore, che rende problematica ogni classificazione netta e definitiva delle imprese, imponendo un approccio fondato su categorie differenziate in base al diverso grado di prossimità al coinvolgimento diretto nell’industria bellica. Il dual use, in altre parole, obbliga a riconoscere la natura complessa della filiera aerospaziale nei suoi rapporti con la difesa”.

Per quanto riguarda il versante occupazione, le aziende legate all’aerospazio sono quasi le uniche ad
assumere personale, soprattutto figure altamente specializzate. I numeri, però, dimostrano che questo settore non è assolutamente in grado di sopperire al declino industriale che si è verificato sul nostro territorio negli ultimi 15-20 anni, senza dimenticare che in tali realtà produttive vi è certamente (anche se non si hanno dati precisi) una notevole presenza di personale soggetto a NOS (Nulla Osta Segretezza), la cui applicazione costituisce un costo significativo per le aziende, con un sistema di controlli assai pesante. 
Ciononostante, è interessante notare che l’ipotesi di riconversione verso la produzione bellica non si è ancora estesa in modo significativo sul nostro territorio. La stessa costruzione del Polo Aerospaziale in corso Marche
procede più lentamente del previsto e le aziende incontrano numerosi ostacoli normativi nell’attuare la trasformazione.

Accordi bellici sul territorio
Alcuni esempi di “accordi bellici” sul territorio: 

*Thales Alenia Space ha sviluppato in corso Marche la struttura di modulo europeo e sottosistemi critici  per la missione lunare Artemis II.   
*Argotec (satelliti)  aprirà a Cape Canaveral (Florida) uno stabilimento per piccoli satelliti
*L’accordo Leonardo/Baycar (Turchia) prevede la produzione di droni a Villanova d’Albenga. 
*ll gruppo USA N-Light porterà a Torino il polo delle armi laser NATO ampliando lo stabilimento di via Reiss Romoli.
*Il DAP (Distretto Aerospaziale Piemonte) ha un memorandum di intesa con Aerospace NRW (Renania del nord/Vestfalia), che raggruppa 400 aziende (supportate da Università) in Germania.
 
*APR Pinerolo ha ricevuto una maxi commessa da ESA (Ente Spaziale Europeo) per sistemi di controllo del propellente per veicoli in orbita terrestre (filtri). 
*MBDA (principale consorzio europeo costruttore di missili e tecnologie per la difesa, con partecipazioni di Airbus, BAE e Leonardo) ha stretto un accordo con TXT per lo sviluppo a Torino di sistemi come software avanzati, progettazione di piattaforme complesse, simulazioni e algoritmi. 
*Infine, anche se non incide direttamente sul nostro territorio è interessante notare la nascita di Leonardo Ukraine, con sede a Kiev, che fa riferimento alla possibile “sperimentazione” sul campo dei sistemi d’arma e di difesa (fonte Info Aut e Milano Finanza).

Ruolo degli Atenei Torinesi
Accanto alle realtà produttive un ruolo strategico nella logica della militarizzazione dell’area torinese va ascritto a Politecnico e Università

Come già rilevava Luca Rondi in due suoi articoli su Altreconomia nell’ottobre 2025…”I rapporti tra le aziende del comparto militare e le Università italiane sono sempre più stretti: 23 atenei su 31 hanno infatti legami con Leonardo Spa (74%), 20 con Thales Alenia Space Spa (65%) e otto con Mbda Italia Spa (26%), colosso europeo che produce anche missili terra-aria.” 
“Il
Politecnico di Torino non ha inviato nessuna informazione sugli accordi in essere con le aziende del settore militare. Non è stato quindi possibile ricostruire l’entità e la pervasività di questi legami in una delle città che si candida a rivestire un ruolo da protagonista nell’industria aerospaziale e della Difesa”. 
Fatto ancora più grave se si considera che oltre alla già citata Città dell’Aereospazio,  verrà anche aperto l’incubatore di start-up
Diana promosso dalla Nato con l’obiettivo, tra gli altri, di “convogliare la ricerca e lo sviluppo in modo tale che prodotti dedicati in un primo tempo a un uso civile possano essere usati anche in ambito militare”. 
Abbiamo comunque dato largamente conto della
presa di posizione di un gruppo di docenti del Politecnico, resa pubblica nei giorni scorsi, di dissociarsi dalla decisione presa dagli organismi  direttivi dell'Ateneo di consentire la presenza al suo interno di progetti di ricerca, per conto di privati o enti pubblici, anche a uso militare benché con alcune parziali limitazioni, ritenendoli non compatibili con le finalità dell'università pubblica sancite dalla Costituzione.

Anche per quanto concerne
UNITO  risulta molto difficile reperire dati su Protocolli di Intesa, Convenzioni, Accordi tra Università e Aziende con risvolti potenzialmente militari, se non l'accordo siglato da Smat, società che gestisce il servizio idrico nella città Città Metropolitana, con l'Università di Torino, per sviluppare progetti volti a migliorare la tutela ambientale e le capacità di monitoraggio e prevenzione dei fenomeni meteorologici estremi che prevede l'utilizzo dei risultati delle ricerche anche in ambito militare.
Comunque a luglio è stata approvata, in Senato Accademico, la
proroga fino al 31 dicembre dell'Osservatorio ORA, al quale è stata data la responsabilità di scrivere delle proposte di regolamento sui rischi della ricerca dual use, e sugli argomenti che sono stati al centro della discussione dell'osservatorio nel suo periodo d'attività. Ancora nessuna menzione di mozioni o delibere al Senato Accademico per l'interruzione dei rapporti con le università israeliane.

Dual use
È necessario approfondire alcune questioni. Il cosiddetto “dual use”, ad esempio. E’ purtroppo vero che buona parte delle innovazioni è partita in modo indissolubile dalla ricerca militare. Si pone perciò la questione di come affrontare il problema. Intervenire a monte sulla ricerca, fermandola non appena c’è il rischio di un uso bellico? Provare a rifiutarne le applicazioni belliche? In ogni caso sarebbero necessari strumenti di controllo che oggi non esistono. Ciò che sta avvenendo nell’Università in riferimento a Smat indica che i “paletti” posti dal Senato accademico si fermano al piano dell’informazione, finendo comunque per registrare e subire la volontà dell’interlocutore. Eppure, gli investimenti nell’industria bellica sono di derivazione pubblica, a differenza di altri settori. E tuttavia le scelte che vengono fatte sono sottratte a qualsiasi forma di intervento da parte della popolazione e della cittadinanza, restando sostanzialmente segrete.

Militarizzazione della società
Dobbiamo sottolineare da un lato il messaggio veicolato da diverse campagne pubblicitarie - ospitate anche sui mezzi pubblici torinesi - per promuovere l’arruolamento nell’Esercito, e la costanze presenta del Ministero della Difesa in occasione di manifestazioni quali Iolavoro ecc., dall’altro l’applicazione integrale delle nuove normative sull’ordine pubblico e la conseguente repressione di manifestazioni di dissenso, a come successo in diverse occasioni a Torino negli ultimi mesi.

Atteggiamento dell’Amministrazione Comunale
A fronte di questo quadro complessivo, sommariamente descritto ma che riporta comunque le questioni salienti del nostro territorio,  l’attuale Amministrazione Comunale ha sempre dimostrato un sostegno entusiastico per quanto riguarda l’aspetto produttivo ed economico, un silenzio assordante sul discorso del dual use, anche da parte degli Atenei Torinesi e di aziende erogatrici di servizi pubblici controllate dalla Città, e molto spesso una esplicita solidarietà agli interventi repressivi attuati dalle forze dell’ordine verso l’espressione di manifestazioni di dissenso.

Che fare?
Costruire un’alternativa alla militarizzazione vuol dire operare per una trasformazione complessiva dell’industria e dell’economia, che ponga al centro i bisogni delle persone, resistendo alla deriva bellicista. Deriva che investe anche il mondo dell’istruzione e della conoscenza, attraverso le collaborazioni fra industria bellica Politecnico e Università nel campo della ricerca, e far entrare le argomentazioni dell’esercito nella Scuola.
Purtroppo
i rischi di essere coinvolti in una guerra, che iniziano a concretizzarsi, non sono patrimonio esclusivo di una destra militarista e autoritaria (che anzi tende a volte, con enormi contraddizioni, a “smarcarsi”) ma provengono, nel nostro caso, da una Unione Europea tecnocratica e “occidentalista”, coinvolgendo anche le forze che si autodefiniscono “socialiste” o “socialdemocratiche”. Si tratta quindi di una “spinta di sistema” che ci troviamo a contrastare. 

Per questo
L’Altra Torino non solo ribadisce la sua assoluta contrarietà al ricorso della forza nella gestione dei conflitti - dalla dimensione internazionale a quella prettamente locale - ma riconoscendosi nel significato della poesia di Bertold Brecth riportata all’inizio, è contro la svolta belligerante dell’Europa che si attrezza per la prossime guerre, pagate dai cittadini e dai lavoratori che vedono peggiorare, giorno dopo giorno, le loro condizioni di vita.
Della guerra fanno le spese i popoli, mentre le èlite fanno affari e le industrie degli armamenti vedono crescere i loro guadagni sempre più sporchi del sangue di centinaia di migliaia di di esseri umani, in prevalenza vittime civili, come continuiamo a vedere in
Palestina, Libano e in altri conflitti in cui la mano occidentale non manca mai.


L’Altra Torino è a fianco di quanti, nelle aziende, nelle scuole e negli atenei, nella società si mobilitano contro la cultura della guerra, dell’oppressione e dello sfruttamento.

Questi temi saranno in primo piano nella piattaforma elettorale che stiamo costruendo e a cui invitiamo quanti si riconoscono nei nostri valori a partecipare.

Inoltre su queste tematiche L’Altra Torino organizza il prossimo 8 settembre un’iniziativa pubblica, in cui affrontare il tema dell’industria bellica nel suo legame con la necessità di opporsi, contemporaneamente, alle politiche di riarmo e al declino industriale del territorio torinese. Aspetti fra loro intimamente connessi e difficilmente separabili: se riconversione deve esserci, contribuendo, deve realizzarsi attraverso produzioni utili alla popolazione, da definirsi con un percorso partecipato, non certamente attraverso produzioni destinate alla guerra, definite con procedure opache se non addirittura segrete.