Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo, Bruno Santino, Antonio Schiavon.
Sono i nomi dei 7 operai che il 6 dicembre 2007 persero la vita nel rogo dello stabilimento della Thyssenkrup, allora in dismissione e con scarsi controlli sulla sicurezza.
Il fatto destò un’enorme impressione sulla città, con migliaia di persone che parteciparono ai loro funerali, in un’atmosfera plumbea, commossa, e densa di tensione e di rabbia. Il processo che ne seguì riconobbe, anche grazie all’opera di Raffaele Guariniello, le responsabilità dell’azienda nel tragico rogo. Harald Espenham, era, all’epoca dei fatti, l’AD di Thyssenkrupp.
Dal processo emerse che aveva dato l’ordine di cessare le opere di manutenzione dell’impianto, in vista del trasferimento a Terni, riducendo così le necessarie misure di sicurezza. Nel 2011 fu condannato a 10 anni e 6 mesi. Poi si verificò la progressiva riduzione della pena, ridotta in appello, nel 2013, a 10 anni. Dopo nuovo processo ordinato dalla Cassazione, nel 2015 la pena venne ridotta ulteriormente a 9 anni e 8 mesi. Riconosciuto colpevole di “omicidio e incendio colposi con colpa cosciente” venne condannato nel 2020 anche in Germania, ma con pena ridotta a 5 anni.
Ne venne infine disposto l’arresto nel 2020, che però non venne eseguito che nel 2023.
Ma Espenham doveva restare in carcere solo la notte, potendo così continuare a lavorare per Thyssenkrupp e proseguire la sua carriera. Tanto da essere ora nominato da Thyssenkrupp AD di Rasselstein, azienda tedesca di Andernach.
Si tratta certamente di un’ulteriore ferita inferta alla memoria delle vittime di quella giornata infernale. Mentre, intanto, anche la bonifica dell’area dell’ex Thyssenkrupp langue.
E, soprattutto, mentre la sequela delle morti sul lavoro, che ci si ostina a non voler chiamare omicidi, ha proseguito e prosegue quasi indisturbata, senza che vi sia la volontà reale di affrontarla e risolverla.
Alla costernazione del momento, segue l’oblio, mentre i percorsi processuali si trascinano per anni.
E’ proprio a quell’oblio che vogliamo dire di no: la sicurezza sul lavoro (ma si preferisce sempre parlare di sicurezza in ben altro senso) deve essere in cima all’agenda di qualsiasi forza politica interessata a mantenere una propria qualche dignità.
Per insistere nel sostegno alle vittime e ai loro familiari, per potere finalmente dire, senza che ciò appaia un’illusione: MAI PIU’!
