MAI PIÙ SU QUESTE PISTE CICLABILI A TORINO.
di Maurizio Pagliassotti
di Maurizio Pagliassotti
Lo scorso tre giugno sono stato centrato in un rotonda che percorrevo in bici riportando diverse fratture trattate chirurgicamente. Stavo tornando a casa, in bici: avevo precedenza, ero ampiamente dentro la rotonda ma ho pensato maldestramente che l’auto che doveva fermarsi e farmi passare rispettasse il codice della strada e la mia vita. Quando ho capito che non era questo il caso ero già sdraiato sul cofano dell’auto con le gambe per aria.
Poi l’impatto con la strada e rimani fermo lì, sdraiato in posizione fetale, incredulo perché sei ancora vivo.
La strada per noi ciclisti è un luogo pericoloso perché non importa se abbiamo ragione: alla fine conta solo quanto pesi, quanto sei grosso, quanto hai fretta.
Questa è la legge unica che regola il rapporto bici-auto, il vero codice della strada.
La promiscuità veicolare, la distrazione di tutti, questo incredibile e ridicolo identitarismo che separa chi
ha due ruote e chi quattro - uno dei molti che ammorbano questo mondo - portano il ciclista ad essere sempre un perdente.
L’asfalto è duro e fa male, anche se l’impatto è minimo.
Per questa ragione non uso più la bici a Torino: se posso e ho voglia uso i mezzi, altrimenti vado in auto.
In particolare evito tutte le piste ciclabili, tranne quelle di corso Agnelli-Vinzaglio e poche altre protette e separate fisicamente.
Le piste ciclabili sono delle trappole perfette: il ciclista gode di una protezione aleatoria, simbolica, che sulla strada viene semplicemente travolta.
Molte dovrebbero essere o cancellate definitivamente o separate fisicamente dal traffico automobilistico: lasciarle così, per altro mal ridotte, è di fatto una condanna.
Ho partecipato alle prime critical mass all’inizio degli anni duemila: occupavano la strada fisicamente, anche con metodi molto aggressivi.
Dopo oltre venti anni la situazione per molti ciclisti è peggiorata.
Sono necessari investimenti nella protezione fisica dei ciclisti che, ricordiamolo, con il suo semi inesistente impatto ambientale rende Torino più vivibile e quindi ricca.
Inutile parlare di educazione, di cultura, di processi che fino ad ora non si sono tenuti: troppo tardi, ogni giorno è un massacro.
Chiedete ad un reparto ortopedia di un qualsiasi ospedale di Torino quanti ciclisti arrivano ogni giorno centrati e demoliti.
Il Comune deve procedere con la protezione fisica dei ciclisti da oggi, ripensando le piste ciclabili e facendo delle scelte che ci diano sicurezza fisica.
Sono dispiaciuto e turbato per il bimbo morto ieri e per il suo papà. Confido che questa ennesima tragedia porti ad una risposta seria da parte della comunità ciclistica torinese e delle istituzioni.
(per scattare l'immagine a corredo dell'articolo è stato sufficiente andare sul balcone. si assiste costantemente all'occupazione della pista ciclabile da parte di autoveicoli che costringono i ciclisti a continue deviazioni - ndr)
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